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“Sud chiama Nord” entra nel centrodestra, la mossa di Meloni per inseguire il 42 per cento

In IN EVIDENZA, OPINIONE
Ottobre 11, 2026
L’intesa con Cateno De Luca non è un semplice allargamento. Serve a blindare la coalizione davanti a una legge elettorale che punisce chi si disperde e premia chi si presenta unito.

di Ignazio Catauro –  L’accordo tra Giorgia Meloni e Cateno De Luca è uno dei passaggi più rilevanti della fase che  precede le politiche del 2027. Sarebbe riduttivo leggerlo come un’intesa marginale. Interviene sulla struttura stessa del centrodestra e risponde alla nuova legge elettorale, che premia le coalizioni capaci di mostrarsi come soggetti unitari e riconoscibili. In questa cornice l’ingresso di Sud chiama Nord vale ben oltre il perimetro territoriale del movimento. L’intesa è stata definita nei giorni successivi all’approvazione della riforma e sarà formalizzata alla Camera. Il movimento correrà con lista autonoma, simbolo proprio e candidati scelti direttamente da De Luca, ma dentro la coalizione guidata da Meloni. Per evitare la raccolta delle firme, due deputati di Fratelli d’Italia passeranno temporaneamente alla sua componente parlamentare, rendendo possibile la costituzione di un gruppo autonomo. Il passaggio è tecnico ma pesante. Permette a De Luca di muoversi su scala nazionale senza gli ostacoli burocratici che di norma frenano le formazioni emergenti. Le ragioni sono diverse per i due contraenti. Per Meloni si tratta di consolidare la coalizione in vista della soglia del 42 per cento necessaria al premio di maggioranza. In un sistema che punisce la dispersione, anche un solo punto percentuale lasciato fuori può risultare decisivo. Sud chiama Nord è radicato in Sicilia e competitivo in alcune aree della Calabria, e portarlo dentro significa recuperare voti che altrimenti rischierebbero di compromettere l’obiettivo. L’accordo serve anche a contenere l’ascesa di Roberto Vannacci, variabile che il centrodestra non riesce a governare. De Luca, dal canto suo, punta a portare in Parlamento una pattuglia di amministratori locali conservando piena autonomia identitaria. Ha detto con chiarezza di considerare Meloni l’unica proposta politica credibile sul piano nazionale e di ritenere che il centrodestra valorizzi di più il ruolo dei sindaci e delle autonomie. Ha precisato che in Sicilia nulla cambia. Il movimento resterà all’opposizione del governo regionale e lui manterrà la candidatura alla presidenza della Regione. È un equilibrio delicato, che separa il piano nazionale da quello regionale e che potrebbe incrinarsi se le due scadenze elettorali dovessero sovrapporsi. Resta il nodo dei numeri. Senza avventurarsi in previsioni, si può ragionare sulla distribuzione territoriale del voto e sull’architettura della legge. Sud chiama Nord ha ottenuto risultati significativi alle Regionali siciliane e conserva una presenza solida in alcune zone del Mezzogiorno. In un proporzionale corretto dal premio, una lista collegata alla coalizione può conquistare seggi anche con percentuali nazionali contenute. Le simulazioni tecniche indicano da tre a cinque seggi alla Camera, quasi tutti in Sicilia, con la possibilità di salire a un numero compreso tra cinque e sette se il premio dovesse scattare. Al Senato, dove il riparto è regionale, la Sicilia è la circoscrizione decisiva e uno o due seggi appaiono plausibili, con un terzo possibile in caso di risultato particolarmente favorevole. Nel complesso la rappresentanza potrebbe attestarsi tra quattro e dieci seggi. Sono numeri che contano. Una pattuglia di queste dimensioni, autonoma ma interna alla coalizione, può pesare sugli equilibri del centrodestra e contribuire a tenere compatta una maggioranza in un sistema che chiede disciplina e riconoscibilità. L’operazione obbedisce alla logica della legge, che non premia la crescita numerica delle coalizioni ma la loro capacità di apparire come soggetti unitari, con una leadership definita e un perimetro politico stabile. Il passaggio di Sud chiama Nord nel centrodestra va dunque letto come una manovra sull’architettura del sistema politico, non come un banale accordo elettorale. La riforma impone alle coalizioni una disciplina interna che non si può improvvisare, e questo movimento anticipa la campagna del 2027. Si giocherà sul consenso, certo, ma ancora di più sulla capacità degli schieramenti di presentarsi come organismi compiuti, in grado di superare la soglia che la legge ha posto come condizione per governare.