
C’è un Medio Oriente che raramente finisce nei titoli di apertura. Non esplode, non minaccia, non divide. Resiste. Dialoga. Costruisce. Petra è questo Medio Oriente silenzioso e potente, scolpito nella Pietra Rosa e nella lunga durata della civiltà. Ed è da qui che Yazan Kamel Mahadin, Direttore del Petra Archaeological Park & Tourism, ha scelto di parlare al mondo, intervenendo al Convegno internazionale “ArcheoSite. Il presente dell’archeologia. Tutela, gestione e valorizzazione dei siti archeologici tra Europa e Mediterraneo”, tenutosi dal 21 al 23 gennaio 2026 nella Sala Spadolini del Ministero della Cultura. Un luogo istituzionale, solenne, che per tre giorni ha ospitato una riflessione cruciale: che cosa significa oggi governare il passato? E soprattutto, chi se ne assume la responsabilità nel tempo delle crisi globali? Mahadin non ha offerto una relazione tecnica. Ha pronunciato, piuttosto, un discorso politico nel senso più alto del termine: un manifesto sulla responsabilità condivisa del patrimonio mondiale, ne proponiamo una parte: “Ognuna delle sette nuove meraviglie del mondo si erge in un terreno diverso, ma insieme incarnano un significato più grande: la nostra umanità condivisa. Quando le meraviglie si uniscono, le nazioni si uniscono. Questi luoghi non sono solo punti di pietra, ma punti di riferimento di speranza, resilienza e unità. Tra loro, Petra racconta una storia senza tempo. Scolpito nella Pietra Rosa più di mille anni fa, divenne simbolo di creatività, sopravvivenza e dialogo tra culture. Proteggere Petra non è solo proteggere il tesoro della Giordania, è preservare la memoria dell’ umanità. E così, quando ci riuniamo intorno a queste meraviglie, non stiamo solo proteggendo i siti, stiamo proteggendo tutti la nostra storia. È nostro dovere tramandarlo per le generazioni a venire, più forti, più sicuri e più ispirati. Da Petra al mondo, abbracciamo il cambiamento proteggendo il patrimonio, potenziando le comunità locali, promuovendo la sostenibilità e ispirando l’azione globale, perché il nostro e il vostro impatto, amici miei, è incommensurabile”. Non è un caso che queste parole risuonino con forza sulle pagine di Nuove Cronache. Solo di recente Mahadin aveva dialogato con la nostra testata, raccontando una visione di Petra lontana dalle cartoline e dalle retoriche esotiche. In un’area del mondo spesso narrata esclusivamente attraverso la lente del conflitto, Petra rappresenta un controcanto potente: quello della continuità della civiltà e della capacità umana di costruire bellezza anche nelle condizioni più estreme. Ma la bellezza, oggi, è fragile. Petra è sottoposta a pressioni enormi: il turismo di massa che consuma ciò che ammira, il cambiamento climatico che erode la pietra e altera gli equilibri ambientali, la complessità geopolitica che rende ogni scelta un atto delicato. Governare Petra, come ci ha spiegato Mahadin, significa camminare su un crinale sottile: tra tutela scientifica e sostenibilità economica, tra apertura globale e identità locale, tra conservazione e futuro. Da qui la sua insistenza su parole chiave che a Roma hanno trovato ascolto: sostenibilità, comunità locali, diplomazia culturale. Proteggere Petra non è solo un dovere giordano, ma una responsabilità collettiva. È preservare la memoria dell’umanità, non un bene nazionale. È riconoscere che i grandi siti archeologici non sono musei a cielo aperto, ma ecosistemi sociali e culturali. Nel dialogo con Nuove Cronache, Mahadin aveva spinto lo sguardo ancora oltre, immaginando alleanze ideali e concrete tra Petra e i grandi parchi archeologici italiani, da Pompei a Ercolano. Scambi di competenze, modelli di gestione condivisi, una rete mediterranea del patrimonio capace di parlare una lingua comune davanti alle sfide globali. Non cooperazione di facciata, ma una nuova geopolitica della cultura. Il suo intervento al Ministero della Cultura ha confermato questa traiettoria. Quando le meraviglie si uniscono, ha detto, le nazioni si uniscono. Non è retorica: è una visione strategica in un mondo che fatica a trovare ciò che tiene insieme. La domanda finale resta sospesa, e ci riguarda tutti: che cosa possono ancora insegnarci le città antiche? Forse che il futuro non si costruisce cancellando il passato, ma imparando a custodirlo. E che la vera modernità, oggi, è saper proteggere ciò che ci ha resi umani.
di Giuseppe Di Giacomo


