

C’è un filo che, più delle frontiere e delle crisi geopolitiche, continua a tenere insieme le due sponde del Mediterraneo: la cultura. È dentro questo spazio, sospeso tra storia e futuro, che si colloca la nuova sfida di Alì Abuganimeh, architetto, accademico e ora Rettore della Petra University di Amman, in Giordania. Una nomina prestigiosa che arriva in una fase particolarmente delicata per il Medio Oriente e che affida a un uomo di formazione internazionale la responsabilità di guidare uno degli atenei più importanti del Paese. Abuganimeh conosce bene l’Italia: si è formato alla Sapienza di Roma e negli anni ha costruito una rete di rapporti con il mondo universitario e professionale italiano, mantenendo un dialogo costante con istituzioni, architetti e accademici. La sua storia professionale si è già incrociata con quella di Nuove Cronache, che lo ha avuto ospite in occasione della presentazione di importanti volumi dedicati all’Architettura del Mediterraneo e, successivamente, tra i giurati dell’Arab Architects Awards, manifestazione che ha portato nella capitale egiziana progettisti, docenti universitari e rappresentanti delle istituzioni del mondo arabo. Occasioni diverse, ma unite da una stessa idea: l’architettura e la cultura possono diventare strumenti di dialogo là dove la politica spesso incontra confini, diffidenze e contrapposizioni. È forse proprio questa esperienza a rendere particolarmente interessante il nuovo incarico. Abuganimeh arriva alla guida della Petra University con l’idea di un’università aperta, internazionale, capace di guardare oltre i propri confini e di trasformare la cooperazione accademica in uno strumento concreto di crescita. Nel suo progetto c’è un ruolo centrale per il Mediterraneo e per l’Europa, e in particolare per l’Italia. Ci sono la Sapienza e gli altri atenei con i quali intende rafforzare rapporti, scambi, borse di studio, programmi di ricerca e master. Ma c’è soprattutto la convinzione che un’università non debba essere una cittadella chiusa, bensì un luogo nel quale studenti e professori possano incontrare il mondo, confrontarsi e misurarsi con idee diverse. Da architetto, Abuganimeh sembra applicare all’università lo stesso principio che sta alla base della sua disciplina: costruire, mettere in relazione, creare spazi di incontro. E in un Mediterraneo attraversato da conflitti e nuove divisioni, non è una metafora da poco. A pochi passi dalle grandi questioni che attraversano il Medio Oriente, il nuovo Rettore della Petra University sceglie dunque di parlare di futuro. E lo fa partendo da ciò che, da sempre, costruisce ponti più solidi dei muri: la cultura, la conoscenza e la capacità di incontrarsi.
Professor Abughanimeh, la recente prestigiosa nomina a Rettore della Petra University arriva in un momento cruciale per il Medio Oriente. Quale sarà la sua “architettura” per l’ateneo in questo quadriennio?
Stiamo vivendo un momento cruciale per il Medio Oriente, ma continuo a credere nella possibilità di un futuro di maggiore tranquillità e stabilità per tutti i nostri Paesi. Sono convinto che il futuro possa essere sempre migliore. Per la Petra University, la mia priorità sarà innanzitutto garantire la qualità dell’istruzione, la serietà dell’attività accademica e la presenza dei migliori professori. Parallelamente, voglio rafforzare i rapporti internazionali con i più importanti atenei del mondo, lavorando in particolare con i Paesi del Mediterraneo, con quelli europei e con altre realtà accademiche internazionali. Vorrei portare all’interno della nostra università attività, iniziative e occasioni di confronto provenienti da questi Paesi, creando uno spazio nel quale professori e studenti possano incontrarsi, confrontarsi, presentare le proprie idee e dialogare con i colleghi delle altre università. Credo che queste siano le basi sulle quali costruire il percorso dei quattro anni del mio mandato come Rettore della Petra University.
La sua formazione è indissolubilmente legata alla Sapienza di Roma e ai numerosi contatti con accademici italiani. Che cosa porta del metodo italiano nella gestione di un’università giordana?
Mi sono laureato alla Sapienza di Roma, una delle università più importanti d’Europa, e questa esperienza rappresenta certamente un riferimento importante per il mio ruolo di Rettore della Petra University. Ho già avuto modo di incontrare diversi rettori della Sapienza e abbiamo firmato accordi di collaborazione. Il mio obiettivo è continuare e rafforzare questo rapporto, estendendolo anche ad altri rettori e costruendo relazioni sempre più solide tra la nostra università e gli atenei italiani. Vorrei approfondire i legami già esistenti con università come Palermo, Catania ed Enna, in Sicilia, ma anche con Pescara, Brescia, Salerno e con gli atenei di Napoli, dalla Federico II a Napoli II. Sono convinto che una collaborazione più stretta con queste università possa portare grandi opportunità a entrambe le realtà accademiche. Apprezzo molto la serietà e la qualità del sistema universitario italiano e vorrei che la collaborazione non si limitasse ai workshop. Possiamo sviluppare borse di studio, programmi di scambio, ospitare professori italiani per periodi di ricerca o di insegnamento, lavorare alla realizzazione di master e promuovere altre iniziative capaci di costruire una cooperazione accademica stabile e significativa. Anche l’Ambasciata italiana ad Amman si è sempre dimostrata disponibile a sostenere questo tipo di iniziative. Per questo vogliamo sfruttare tutte le possibilità esistenti per migliorare ulteriormente i rapporti accademici tra la Petra University e le università italiane.
Lei presiede il Forum degli Architetti del Mediterraneo. In un mondo che sembra sempre più orientato ad alzare muri, il suo mandato punterà sull’internazionalizzazione?
Certamente. Il mio ruolo di presidente del Forum degli Architetti del Mediterraneo mi offre una possibilità importante per rafforzare i rapporti non soltanto nell’ambito della Facoltà di Architettura e Design della Petra University, ma anche attraverso il contributo degli architetti italiani. L’architettura italiana possiede una grande ricchezza e una sensibilità particolare nella gestione dell’ambiente, del territorio e della cultura. Sono aspetti che appartengono profondamente anche alla cultura mediterranea e che possono quindi diventare un terreno comune di collaborazione. Esistono moltissime possibilità di cooperazione tra i Paesi del Mediterraneo. Penso all’Egitto, al Libano, alla Siria, alla Palestina e a molti altri Paesi con i quali possiamo sviluppare rapporti utili e concreti, rafforzando al tempo stesso la dimensione internazionale della nostra università. Credo che gestire bene queste relazioni significhi anche rafforzare il ruolo dell’istruzione, della serietà accademica e della cultura nel Mediterraneo. La cultura può rappresentare un elemento capace di unire i nostri Paesi e, soprattutto, di contribuire alla pace. È un tema fondamentale per costruire condizioni migliori e permettere alle nostre società di vivere in modo più sereno.
Molti accademici in Italia lamentano una burocrazia asfissiante. Lei, che ha vissuto entrambi i mondi, quale lezione intende dare ai suoi colleghi giordani?
Viviamo nel terzo millennio e dobbiamo essere capaci di imparare e migliorare continuamente il nostro modo di fare università e di concepire l’attività accademica. Questo significa, innanzitutto, ridurre la burocrazia e rendere più efficienti i nostri sistemi. Dobbiamo anche migliorare il rapporto con l’intelligenza artificiale e con le nuove tecnologie, comprendendone le potenzialità e imparando a utilizzarle nel modo più utile per il futuro. Al tempo stesso, è necessario avvicinarsi maggiormente ai giovani e ai nostri professori, creando un’università capace di rispondere concretamente alle esigenze della società. I nostri studenti devono imparare a diventare membri influenti e responsabili della comunità, persone capaci di contribuire allo sviluppo e al miglioramento della propria società. La direzione, quindi, deve essere quella di meno burocrazia, più intelligenza, più dialogo, più confronto. Dobbiamo discutere e comprendere come utilizzare l’intelligenza artificiale e tutte le tecnologie moderne, selezionando ciò che può essere realmente utile per il nostro futuro. Le università devono essere più vicine ai giovani e alla società nella quale viviamo, senza lasciarsi travolgere dalla velocità del cambiamento tecnologico. Dobbiamo conoscere queste trasformazioni, comprenderle e, soprattutto, scegliere ciò che è meglio per noi e per la nostra società. È questa, a mio avviso, la sfida più importante per la Petra University: essere più vicina alla società, più vicina agli studenti e più vicina alla velocità con cui oggi evolvono la tecnologia e l’intelligenza artificiale. Dobbiamo imparare a governare questo cambiamento, non semplicemente subirlo.
Grazie
di Giuseppe Di Giacomo
La redazione di Nuove Cronache desidera ringraziare la professoressa Francesca Mancini per la collaborazione e divulgazione di questa speciale intervista anche nella lingua inglese e araba.






