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Camillo Caruso, l’uomo che ha visto prima degli altri

Dalla sanità a Ottopagine, fino alla nuova sfida de L’Irriverente: la storia di un uomo che ha scelto di anticipare i tempi, sfidare il potere e continuare a interrogarsi sul futuro dell’Irpinia.

Dalla sanità all’editoria, una vita controcorrente. Alla vigilia dell’uscita de “L’Irriverente”, il ritorno di un protagonista che non ha mai avuto paura di sfidare il pensiero dominante. Ci sono uomini che attraversano le epoche e uomini che, in qualche modo, le anticipano. Camillo Caruso appartiene alla seconda categoria. Originario di Contrada, in Irpinia, psichiatra per formazione, imprenditore per vocazione, editore per passione e per necessità civile, Caruso ha costruito la propria storia professionale lungo strade che, quando ha deciso di percorrerle, sembravano spesso non avere ancora un nome. Nella sanità ha intuito prima di molti altri che il futuro non sarebbe stato soltanto quello dell’ospedale e dell’emergenza, ma quello della cronicità, della riabilitazione, dell’assistenza. È stato tra i pionieri dell’imprenditoria privata convenzionata in Irpinia e ha dato vita al Gruppo Teoreo, trasformando un’intuizione in una realtà imprenditoriale destinata a lasciare un segno. Poi è arrivata l’informazione. E qui la scommessa è stata ancora più audace: costruire un quotidiano locale in una terra nella quale, secondo le convinzioni dominanti di allora, non sembrava esserci spazio sufficiente per un nuovo giornale. Nacque così Ottopagine, esperienza editoriale che avrebbe finito per contendere a una testata storica come Il Mattino la leadership delle vendite in Irpinia. Non è soltanto una storia di successi. È, soprattutto, una storia di conflitti, intuizioni, ostacoli e ostinazioni. Perché vedere prima degli altri significa anche pagare, qualche volta molto caro, il prezzo di non essere compresi subito. Oggi Caruso torna a misurarsi con l’editoria proprio nel momento in cui l’informazione attraversa una delle sue crisi più profonde. Lo fa accanto a Franco Genzale, giornalista di lunga esperienza e figura riconoscibile del giornalismo irpino, nella nuova avventura de “L’Irriverente”. Un nome che non è un semplice marchio, ma una dichiarazione d’intenti: restituire dignità alla critica, al dissenso, alla libertà di pensiero, distinguendo l’irriverenza dalla volgarità, la provocazione dall’intelligenza, il coraggio dall’esibizionismo. Alla vigilia di questa nuova avventura editoriale, abbiamo incontrato il dottore Camillo Caruso. E abbiamo provato a capire che cosa abbia visto, quarant’anni fa, prima degli altri. E che cosa, oggi, continui a vedere. 

Dottor Caruso, lei nasce a Contrada, diventa psichiatra, costruisce un’importante esperienza imprenditoriale nella sanità con il Gruppo Teoreo e, da pioniere, contribuisce allo sviluppo della riabilitazione e della sanità privata accreditata in Irpinia. Che cosa ha capito prima degli altri? E quanto è costato, in termini personali e professionali, avere spesso una visione in anticipo sui tempi?

Quello che posso dire di avere capito prima degli altri è che la domanda di servizi sanitari progressivamente si spostava dall’acuzie alla cronicità. E, soprattutto, che ad essa si associava sempre più frequentemente una richiesta di prestazioni assistenziali. Questa intuizione non si è realizzata per una mia capacità divinatoria, ma – come spesso avviene – per circostanze legate al vissuto personale. Nel caso specifico, avevo mia suocera che era affetta da una grave forma di tetraplegia dovuta a una sclerosi a placche. Da qui una serie di complicazioni e di bisogni difficili da soddisfare, in un’epoca nella quale non esistevano nemmeno le badanti. Per quanto concerne il prezzo che si è costretti a pagare in certe circostanze, devo dire che è stato decisamente consistente. Basta considerare che all’epoca, circa quaranta anni fa, il modello di struttura che noi mettemmo in piedi non esisteva nemmeno nelle più ardite fantasie della politica e dei nostri legislatori. Da qui i costi economici inverosimili sopportati per la mancanza di uno specifico accreditamento con il Servizio Sanitario, che oggi è ampiamente riconosciuto attraverso la realtà delle RSA.

Lei è stato l’editore di Ottopagine, una delle esperienze editoriali più significative della storia dell’informazione irpina. Il giornale riuscì a conquistare un pubblico e una riconoscibilità che, per un quotidiano locale, non erano affatto scontati. Qual era il segreto di quel successo: conoscere i lettori, avere una squadra capace o, più semplicemente, avere il coraggio di fare un giornale diverso dagli altri?

Senza nulla togliere al valore della squadra che fu possibile mettere in campo, fu però l’intuizione di una forte domanda di informazione locale la vera chiave del successo. In un momento in cui la scena era dominata da Il Mattino, incontrastato padrone dell’informazione locale, ai più apparve folle l’idea di immaginare di potersi ritagliare uno spazio significativo in un territorio che veniva accreditato – dai dati allora conosciuti – come a bassissima vocazione di lettura di quotidiani. I fatti dimostrarono che non era così e, in meno di un anno, la storica testata di via Chiatamone fu finanche superata da Ottopagine nel numero delle copie vendute in Irpinia. E la proprietà dovette correre ai ripari.

Oggi torna a confrontarsi con l’informazione attraverso L’Irriverente, nell’esperienza condotta da Franco Genzale. Il nome è già un manifesto: irriverenza significa non avere paura del potere, delle convenzioni e del pensiero dominante. Ma nell’epoca dei social, delle fake news e dell’informazione urlata, che cosa significa davvero essere irriverenti senza diventare semplicemente provocatori? E che cosa può ancora insegnare il giornalismo di Genzale a una nuova generazione di lettori?

Buona parte della risposta se l’è già data da solo. La distinzione che lei fa – accorta ed opportuna – tra irriverenza e provocazione dice già moltissimo. Le fake news, così come l’informazione urlata, così come i comportamenti genericamente provocatori rappresentano una palese manifestazione di difficoltà in genere e, in particolare, l’ammissione di una condizione di inferiorità. È del tutto evidente che se si potesse disciplinare il linguaggio e i contenuti espressi sui social queste realtà si estinguerebbero in breve tempo. In un sistema che regolasse a monte le sguaiataggini e le falsità, anzi, i social non sarebbero nemmeno nati. Il problema è proprio qua. A noi sembra che c’è un enorme problema di diseducazione diffusa. Al dialogo. Al linguaggio efficace ma misurato. Alla contestazione anche decisa ma corretta. Al pensiero irriverente, insomma, che risulta molto più efficace di quello urlato e provocatore. In questo il giornalismo di Genzale può servire. Alle nuovissime generazioni di giornalisti soprattutto, che non hanno avuto in sorte di poter crescere in una palestra ricca di adeguati stimoli professionali e di un illuminante profilo etico.

Lei è psichiatra e conosce quindi, meglio di molti altri, i meccanismi della mente e del comportamento collettivo. Guardando alla politica contemporanea, Donald Trump appare come un fenomeno difficilmente catalogabile: imprenditore, comunicatore, populista, leader capace di polarizzare milioni di persone. Che cosa c’è, secondo lei, dietro il fenomeno Trump: la forza di un uomo o la debolezza di una società? Oggi, peraltro, Trump resta al centro della politica americana e internazionale, dalla guerra con l’Iran alla campagna per le elezioni di midterm.

Dal punto di vista psicologico – che è quello che lei sostanzialmente mi sollecita – Trump è stato oggetto di numerose analisi. Alcune specialistiche, altre della cosiddetta “pop-psychology”, cioè di una psicologia popolare, che convergono con le prime su alcuni tratti ricorrenti, pur se con diverso grado di scientificità. Il narcisismo, la teatralità, l’aggressività sono soltanto gli aspetti più gettonati del dizionario della personalità applicato al Presidente degli Usa. Nel gioco delle parti tra Trump e il cittadino medio statunitense c’è, a mio avviso, né più né meno che la relazione tra l’uomo forte e l’uomo della strada dei tempi nostri, attanagliato dalle molteplici paure, stressato dai numerosi bisogni, facile preda della propaganda che fonda la sua azione sullo sviluppo incontenibile delle fobie sociali. Una sorta di Santa Inquisizione in sedicesimo, il cui vessillo con forza impugna il tycoon. Poco conta se contro le streghe o contro gli immigrati. L’importante è che si agisca contro tutto ciò che può atterrirci e compromettere la nostra tranquillità. Dopodiché è chiaro che Trump rimane comunque al centro della politica internazionale. È pur sempre il presidente degli Usa, cioè della maggiore potenza economica e militare della terra.

Ha conosciuto da vicino tre mondi nei quali il rapporto con il potere è inevitabile: sanità, impresa e informazione. Qual è oggi, in Irpinia e in Campania, il rapporto più malato: quello tra politica e sanità, quello tra politica e informazione oppure quello tra politica e imprenditoria?

Io non ne farei una distinzione di campo. Anche perché la realtà ci dimostra che questi mondi sono variegati, intercambiabili, strutturalmente fluidi. Posso dire che nella mia esperienza personale ho inciampato nella politica in ciascuno dei settori che lei ha individuato. Storica rimane, per il territorio irpino, la guerra che mi trovai – mio malgrado – a combattere, nell’intraprendere le prime attività sanitarie, contro il potere politico di allora. Indiscusso. Omnipervasivo. Feroce. Guerra che rappresentò poi – di fatto – il principale stimolo alla nascita del già ricordato Ottopagine. Il fatto è che la politica, ora come allora, risulta eccessivamente invadente. Tende ad occupare ogni spazio di manovra, in virtù del malinteso concetto che a monte di tutti gli atti produttivi e di tutti i servizi occorrenti alla collettività debba esserci una programmazione, della cui strutturazione si attribuisce il dovere e tutti i diritti.

Lei appartiene a una generazione che ha costruito imprese, giornali e professioni partendo da idee e intuizioni. Guardando l’Irpinia di oggi, vede ancora una classe dirigente capace di rischiare e immaginare il futuro oppure vede una terra che ha perso soprattutto la capacità di sognare in grande? E, se dovesse scrivere domani il titolo della prima pagina dedicata all’Irpinia, quale titolo sceglierebbe?

Io, più che altro, vedo una classe politica molto piccola. Il politico non ha l’obbligo di sognare in grande. Ha però il dovere di individuare le criticità e i problemi di una comunità ed adoperarsi efficacemente per tentare di risolverli. Ma a me sembra che, prima di ogni altra cosa, ai nostri rappresentanti manchi l’aderenza alla realtà. Quella attenzione necessaria a mettere a fuoco i problemi nella loro interezza e nella loro articolazione, che è cosa che viene prima dello studio delle eventuali soluzioni. Mi sembra, ad esempio, sconfortante che manchi una visione adeguata del fenomeno dello spopolamento del nostro territorio. Che significa la morte della nostra storia e delle nostre vite. Trovo semplicemente allucinante che si possa immaginare salvifica la politica della sagra e del concerto. Così come – e forse è anche peggio – invocare sostegni economici a pioggia quale sorta di premio ai temerari capaci di restanza. Su questo si gioca veramente il futuro della nostra terra. Ed è a questo che vorrei dedicare i miei pensieri. Ecco, penso che mi dedicherò a questo come primo mio atto per L’Irriverente. Per il titolo sceglierei qualcosa di simbolico. Tutto nostro. Significativo. Identitario. Suggestivo. Magari – che so – il sapore dell’uva fragola.

Grazie.

di Giuseppe Di Giacomo