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Coppo: “Il potere passa, la responsabilità resta”

In ATTUALITA', IN EVIDENZA, INSERT POLITICA
Ottobre 09, 2026
Dai Bitcoin a I portatori dell’anello, il deputato astigiano racconta il rapporto tra libertà e potere, il legame con il territorio e l’attualità della cultura democratico-cristiana: “Il mandato passa, la responsabilità resta”.

Dal Bitcoin all’Anello, dalla tecnologia alla politica, da Asti a Roma. Apparentemente percorsi lontani, che nell’esperienza di Marcello Coppo finiscono invece per incontrarsi attorno a una parola: potere. Come governarlo senza esserne governati? Come esercitarlo senza smarrire il senso della responsabilità? Avvocato, amministratore locale e oggi deputato di Fratelli d’Italia, Coppo porta in Parlamento la memoria concreta del territorio e, nei suoi libri, interroga le trasformazioni del nostro tempo: la libertà nell’era digitale, le tentazioni dell’autorità, il rapporto fra istituzioni e cittadini. È anche su questo crinale che si sviluppa il nostro colloquio: il viaggio fra Asti e il Palazzo, ciò che il Monferrato può ancora insegnare alla politica nazionale e il significato, oggi, di una cultura democratico-cristiana che non vuole essere soltanto memoria, ma metodo e responsabilità. Perché, come suggerisce lo stesso Coppo, il mandato passa, mentre delle scelte compiute resta la responsabilità.

On. Coppo, dai Bitcoin all’“Anello”: due libri molto diversi, ma entrambi sembrano ruotare attorno a una domanda sul potere, sulle sue regole e sulle responsabilità di chi lo esercita. Che cosa l’ha spinta a passare dall’attualità della rivoluzione digitale alla riflessione più politica e quasi simbolica de I portatori dell’anello?

Il filo conduttore è la libertà della persona di fronte al potere. Bitcoin interroga la concentrazione del controllo sulla moneta; l’Anello la tentazione di identificarsi con il potere ricevuto. La domanda è: come esercitare un’autorità senza diventarne prigionieri? Il mandato passa, la responsabilità delle scelte resta.

Ne I portatori dell’anello lei racconta anche l’esperienza del viaggio fra Asti e Roma, quasi come se esistesse una linea quotidiana fra il territorio e il Palazzo. Quanto conta, per un parlamentare, continuare a sentirsi espressione di una comunità concreta e non soltanto di un partito o di un’istituzione?

È essenziale. Un parlamentare rappresenta la Nazione, ma il territorio gli permette di misurare gli effetti delle decisioni. Viaggiare fra Asti e Roma significa portare nelle istituzioni le esigenze delle persone e tornare a spiegare le scelte compiute. L’appartenenza politica dà una direzione; la comunità impone una verifica. Chi smette di ascoltare rischia di scambiare il Palazzo per il Paese.

Lei è nato ad Asti e lì ha costruito una parte importante della sua esperienza politica e amministrativa. In un’epoca nella quale la politica tende a essere sempre più nazionale, digitale e mediatica, che cosa può ancora insegnare un territorio come il Monferrato e l’Astigiano a chi siede a Roma?

Insegna il valore del lavoro, della parola data e della continuità fra generazioni. Nelle imprese e nelle comunità agricole, custodire una tradizione significa anche saperla innovare. Governare richiede la stessa concretezza: una norma va giudicata da ciò che cambia per una famiglia, un artigiano o un agricoltore. L’Italia si comprende conoscendo i suoi territori.

A Saint-Vincent, nel luogo che richiama una lunga tradizione della Democrazia Cristiana, si è tornati a discutere di una cultura politica che attraversa la storia della Repubblica. Lei che appartiene a Fratelli d’Italia, ma partecipa a questo confronto, che cosa significa oggi definirsi “democratico cristiano”? È ancora un’identità politica oppure soprattutto una cultura, un metodo, una memoria?

Appartengo a Fratelli d’Italia e credo nel confronto fra culture politiche. Dal popolarismo di Sturzo alla ricostruzione guidata da De Gasperi, la tradizione cristiano-democratica ha unito libertà, responsabilità e centralità della persona. Saint-Vincent richiama Donat-Cattin e la sensibilità sociale della DC. Distinguerei l’esperienza storica del partito da una cultura ancora feconda: famiglia, lavoro, sussidiarietà, corpi intermedi e autonomia della politica nell’ispirazione cristiana. Un’eredità da tradurre in scelte, oltre la memoria.

Grazie.

di Giuseppe Di Giacomo