Negli ultimi quindici anni le esportazioni di acciaio dal Polo di Taranto hanno subito una diminuzione drasticamente significativa, attestandosi ad un’allarmante perdita dell’81%, evitando il territorio di circa 1,2 miliardi di euro in ricavi. Il gigante dell’acciaio, una volta conosciuto come Ilva, oggi ribattezzato Acciaierie d’Italia, sta attraversando un periodo dai contorni foschi, con una produzione che si contende il termine “operativa”: al momento è attivo solo l’altoforno 4 e la produzione del 2023 non ha raggiunto i 4 milioni di tonnellate previsti, fermandosi a 3 milioni.
Allo stato attuale, il confronto con i dati del 2008 è impietoso: allora, l’Ilva esportava prodotti siderurgici per un valore superiore al miliardo e mezzo di euro, un volume che, giunto al termine del 2023, è sceso a 280 milioni di euro. La tendenza non si discosta molto dal trend nazionale, seppur in proporzioni diverse: la diminuzione generale nelle esportazioni italiane di acciaio è stata del 16,9%, passando dai 28 miliardi di euro del 2022 ai 23,2 miliardi del 2023. Tuttavia, è da sottolineare che in termini di volume il settore mantiene una “sostanziale stabilità”, con spedizioni che si aggirano ancora sui 16,2 milioni di tonnellate.
La diminuzione dei prezzi, che si è verificata dopo due anni di aumento consecutivo successivi al crollo del 2020, ha giocato un ruolo fondamentale in questa dinamica. Infatti, il 2023 segna un calo ancora più pronunciato nel valore delle spedizioni siderurgiche per i primi 20 poli italiani, con una flessione del 17,6% rispetto agli incassi esteri, i quali sono scesi a quota 19,4 miliardi di euro.
Analizzando i dati relativi ai principali esportatori italiani di acciaio, la provincia di Brescia mantiene la posizione preminente malgrado un decremento del 26,1%, seguita dalle province di Udine e Mantova, le quali hanno rispettivamente subito un calo del 16,8% e del 20,4%. I declini più marcanti si sono verificati nei poli siderurgici di Terni, Genova e Aosta, registrando perdite comprese tra il 29,3% e il 39,2%. In controtendenza, il polo di Bergamo mostra un incremento del 16,2%, trainato principalmente dal settore dei tubi senza saldatura.
Questi dati evidenziano non solo una crisi produttiva, ma anche un cambiamento nella geografia dei poli produttivi siderurgici italiani, che si è riconfigurata dopo la crisi finanziaria del 2008, evidenziando un andamento negativo ancor più marcato nelle province che ospitavano le aziende siderurgiche di maggiori dimensioni. Alcuni esempi di questa riconfigurazione includono la provincia di Torino, con la chiusura dello stabilimento Thyssenkrupp e una riduzione delle esportazioni del 39,1% tra il 2008 e il 2023, e la provincia di Livorno, con una perdita del 60,6% del suo valore e la sua uscita dalla classifica dei primi 20 poli italiani.
Il caso di Taranto rimane emblematico della crisi che sta affrontando l’industria siderurgica italiana, con esigenze di ristrutturazione e rilancio ormai diventate inderogabili. La sfida che ci attende sarà quella di poter combinare rinnovamento del settore, sostenibilità ambientale e rilancio dell’occupazione, in una regione e in un’industria che non possono permettersi ulteriori battute d’arresto.
