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L’eroe silenzioso del nostro tempo: Lorenzo Barone

In CULTURA, INSERTI ATTUALITA'
Febbraio 02, 2026
“Tra oceani, deserti e ghiacci: la ricerca di sé attraverso il viaggio estremo”.

di Carmine Tomeo – Nel tempo dell’uomo iperconnesso, dove il viaggio è spesso ridotto a uno scorrere di immagini su uno schermo e l’avventura a un algoritmo che suggerisce emozioni preconfezionate, la storia di Lorenzo Barone appare come un corpo estraneo, necessario. Ventotto anni, umbro, nato a Sangemini, Lorenzo appartiene a quella rara stirpe di uomini che non inseguono il mondo per possederlo, ma per attraversarlo. A spinta umana, senza motore, senza scorciatoie. C’è qualcosa di antico nei suoi gesti. Quando rema nell’Atlantico o pedala nel gelo della Jacuzia, Lorenzo sembra dialogare più con i grandi racconti di esplorazione che con il nostro presente. Come il capitano Achab di Herman Melville, anche lui si misura con un elemento che è insieme reale e interiore: il mare, il deserto, il freddo non sono solo spazi geografici, ma stati mentali. A differenza dell’ossessione cieca di Achab, però, quella di Lorenzo è una ricerca lucida: non distruggere, ma comprendere. La sua vocazione nasce presto. A diciotto anni, nel 2015, sale su una bicicletta e scopre che quel mezzo semplice e gratuito può diventare una chiave per il mondo. La bici non è solo trasporto, ma linguaggio: gli permette di restare fedele al proprio corpo, di misurare il tempo non in chilometri ma in fatica, incontri, silenzi. È un ritorno alle origini, a quel bosco sotto casa dove da bambino costruiva archi e frecce, immaginando avventure solitarie. Solo che ora il bosco si è dilatato fino a comprendere deserti, oceani, ghiacci. Negli anni, Lorenzo ha spinto sempre più in là il concetto stesso di viaggio. Ha attraversato il Sahara sotto il sole estivo, la Jacuzia in inverno, ha unito bici, sci e kayak per raggiungere Capo Nord. Nel 2024 ha compiuto una delle imprese più radicali del nostro tempo: la traversata dell’Oceano Atlantico a remi, dalla Mauritania alla Guyana francese. Trentasette giorni in solitaria, su una barca lunga pochi metri, sospinto dagli alisei e dalla propria determinazione. Un’impresa che ricorda i grandi esploratori del Novecento, da Walter Bonatti a Mike Horn, ma che si colloca pienamente nella storia di oggi, perché nasce in un’epoca che sembra aver perso il senso del limite. Il paradosso è proprio questo: Lorenzo non è un uomo di mare. L’oceano, lo ammette, non lo ha mai attratto. Ed è forse qui che si nasconde la chiave della sua visione di vita. Non sceglie ciò che gli è comodo o naturale, ma ciò che lo costringe a crescere. Impara l’oceano mentre lo attraversa, come si impara se stessi solo quando non è più possibile tornare indietro. Il momento in cui si addormenta esausto e al risveglio non vede più la costa è una metafora potente del nostro tempo: l’istante in cui capisci che la sicurezza è un’illusione e che l’unica direzione possibile è avanti. Nel mondo contemporaneo, l’eroe è spesso rumoroso, esibito, costruito per essere visto. Lorenzo Barone rappresenta l’opposto: un eroe silenzioso, che affida al corpo e al tempo il compito di raccontarlo. Il suo tempo non è quello accelerato delle notifiche, ma quello dilatato dell’attesa, della pianificazione, dell’errore che non è perdonato. A -50 gradi o in mezzo all’Atlantico, ogni scelta ha conseguenze immediate. Non c’è filtro, non c’è montaggio. Eppure, questo isolamento non è fuga dal mondo. Al contrario, Lorenzo viaggia per tornare. Lo dice chiaramente: oggi è sua moglie a dargli un punto di riferimento, una direzione di ritorno. Senza un luogo verso cui rientrare, il rischio è perdersi davvero. È una lezione preziosa per una generazione che spesso confonde la libertà con l’assenza di legami. Nei suoi viaggi, Lorenzo si è perso molte volte, ma proprio in quello smarrimento ha costruito una mappa interiore più solida.  I luoghi che racconta, la Jacuzia, il Borneo, l’Africa, non sono mai semplici scenari. Sono incontri umani, ospitalità inattese, suoni della giungla registrati per non dimenticare. Come nei grandi libri di viaggio, da Bruce Chatwin a Tiziano Terzani, ciò che resta non è solo il paesaggio, ma lo sguardo con cui lo si attraversa. «Non è importante dove le trovi le cose belle, ma con che occhi le guardi», sembra dirci. Forse è questo che rende Lorenzo Barone un simbolo dei nostri tempi: non l’impresa in sé, pur straordinaria, ma la visione che la sostiene. In un’epoca che teme il silenzio e rifugge la fatica, lui sceglie la lentezza, l’essenzialità, il rischio calcolato. Il suo mondo è “a parte” solo in apparenza: in realtà è uno specchio che ci interroga. Quanto tempo dedichiamo davvero a ciò che conta? Quanto spazio lasciamo all’esperienza autentica? La storia di Lorenzo non è una fuga romantica, ma una forma di resistenza. Resistenza all’appiattimento, alla superficialità, alla paura di mettersi in gioco. È la storia di un giovane uomo che, remando controcorrente, ci ricorda che l’avventura non è scomparsa: ha solo cambiato volto. E oggi, più che mai, ha bisogno di essere raccontata.

di Carmine Tomeo