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L’Ordine Architetti e Ingegneri che perde i giovani

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Settembre 03, 2026
Architetti e ingegneri davanti a una crisi meno visibile di un cantiere fermo: non mancano soltanto gli iscritti, manca la convenienza percepita di diventare liberi professionisti.

di Carmine TomeoLa notizia non è che gli architetti stanno diminuendo. È perché.

Per anni la crisi delle professioni ordinistiche è stata raccontata come un problema di redditi, oppure come una conseguenza della demografia italiana. I dati più recenti suggeriscono una lettura più scomoda: il punto di rottura è nel patto economico e professionale che dovrebbe trasformare una laurea in un mestiere autonomo. Per una parte crescente dei giovani quel patto non sembra più conveniente.  Il caso degli architetti è il più evidente. Inarcassa, che fotografa la platea dei liberi professionisti iscritti alla Cassa, registra, nel 2024, 4.659 nuove iscrizioni di architetti contro 5.340 cancellazioni: un saldo di – 681. Nel 2025 il divario si allarga: 3.636 ingressi e 4.831 uscite, pari a -1.195. Non è un semplice rallentamento: per due anni consecutivi le uscite hanno superato gli ingressi. E nel 2025 le iscrizioni complessive alla Cassa sono scese del 18%, mentre le cancellazioni sono diminuite molto meno, del 14%.

Il dato che inchioda il sistema: l’abilitazione non è più il passaggio naturale

Il Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha misurato un fenomeno ancora più profondo. Nel 2024 hanno ottenuto l’abilitazione 4.229 ingegneri e 1.383 architetti: rispettivamente -54,4% e -46,7% rispetto al 2023. Sono i valori minimi dall’ introduzione dell’attuale articolazione dell’Albo nel 2002 e sono circa la metà dei livelli pre-Covid.  La selettività dell’Esame di Stato spiega solo una parte del fenomeno. Per gli ingegneri il tasso di successo è passato dall’88,1% del 2023 all’84,2% nel 2024; per gli architetti dal 63,9% al 53,9%. Ma il dato più rivelatore è un altro: i 4.229 ingegneri abilitati equivalgono appena al 13,6% dei laureati magistrali con titolo utile all’accesso, la quota più bassa mai rilevata nella serie del CNI.  La domanda, allora, cambia. Non è soltanto: “Perché tanti giovani non superano l’esame?”. È: “Perché una quota crescente di laureati non considera più necessario arrivare all’esame, se l’obiettivo è costruirsi un lavoro?”.

Il paradosso dei 135 mila abilitati

C’è un secondo numero che merita attenzione. Secondo il CNI, quasi 135 mila laureati hanno conseguito l’abilitazione negli ultimi quattordici anni, ma oggi gli iscritti all’Albo sono circa 62 mila. In altre parole, l’abilitazione non coincide più con l’iscrizione: il titolo professionale può essere conservato come opzione, mentre il lavoro reale si sposta altrove.   Questo scarto è decisivo per leggere la trasformazione. L’Ordine non sta necessariamente perdendo valore perché il sapere tecnico è meno richiesto. Sta perdendo centralità come porta d’ingresso al mercato. Un ingegnere può lavorare in una grande impresa, nella consulenza, nella tecnologia, nella gestione di commesse o nella Pubblica amministrazione senza che l’iscrizione all’Albo rappresenti sempre il passaggio determinante. Per l’architetto il percorso verso studi, imprese, società di progettazione e amministrazioni segue una logica analoga. La crisi, quindi, non è la crisi della competenza. È la crisi del modello economico con cui quella competenza viene monetizzata.

La demografia fa da moltiplicatore

Il rapporto 2026 dell’Osservatorio delle libere professioni di Confprofessioni mostra che nel 2025 gli under 35 sono il 16% dei liberi professionisti, contro il 24% dei lavoratori dipendenti e il 15% degli altri indipendenti. L’età mediana dei liberi professionisti è arrivata a 50 anni per gli uomini e 46 per le donne.  È il risultato di due forze che si sommano: l’Italia ha meno giovani e, tra quelli che ci sono, una quota minore sceglie il lavoro autonomo. Il problema non è dunque soltanto quantitativo. È selettivo: il sistema perde soprattutto gli ingressi nelle età in cui si costruiscono competenze, clientela e continuità previdenziale. Anche Inarcassa vede il punto di rottura. Nel 2025 i neo iscritti under 35 sono diminuiti del 22%; nel 2024 erano già calati del 24%. La Cassa collega la frenata anche all’esaurirsi degli effetti straordinari del boom edilizio e della semplificazione degli Esami di Stato durante la fase post-pandemica.

Il prezzo d’ingresso: tempo, rischio e reddito

La libera professione chiede al giovane qualcosa che il lavoro dipendente, almeno in parte, rinvia: sostenere immediatamente il rischio d’impresa. Partita IVA, previdenza, assicurazione, software, formazione, commercialista, attrezzature, spazi, tempi di pagamento e soprattutto costruzione della clientela arrivano quando il reddito è ancora basso.  Confprofessioni rileva che il reddito dei 25-34enni, rispetto alla media complessiva dei professionisti, è passato dal 97% nel 1987 al 78% nel 2022. Non significa che tutti i giovani guadagnino meno in valore assoluto; significa che la posizione economica relativa dell’ingresso professionale si è deteriorata.  È qui che il racconto del «giovane che non ha voglia di fare il professionista» si rompe. Se l’ingresso richiede anni di costruzione della clientela e comporta costi fissi prima ancora di generare margini, la scelta di un posto dipendente non è necessariamente una fuga dall’ambizione: può essere una decisione razionale di allocazione del rischio.

Architetti: il caso-limite di una professione ad alta vocazione e bassa protezione

L’architettura rende visibile una contraddizione italiana: una professione culturalmente prestigiosa può essere economicamente fragile nella fase iniziale Il dato va letto con cautela: Inarcassa non coincide con l’Albo degli architetti e una cancellazione dalla Cassa non è automaticamente una cancellazione dall’Ordine. Ma è una spia molto forte dell’esercizio della libera professione. Il passaggio che conta è proprio questo: una professione può continuare a esistere nei registri mentre si restringe il numero di persone disposte a viverla come attività autonoma.

La riforma arriva al punto di rottura. Ma non basta cambiare l’esame

Il 3 agosto 2026 il Senato ha approvato in prima lettura il disegno di legge n. 1663 di delega per la riforma della disciplina degli ordinamenti professionali; il testo è passato alla Camera e non è quindi, allo stato, una riforma già pienamente vigente. La delega riguarda quindici professioni e interviene su accesso, formazione, tirocinio, competenze, società tra professionisti, compensi e ricambio generazionale.  Tra i criteri approvati figurano la riorganizzazione del tirocinio, il rimborso delle spese sostenute per conto dello studio e la possibilità di riconoscere un’indennità o un compenso proporzionato all’apporto professionale del tirocinante. Il testo prevede inoltre interventi sull’equo compenso e sull’assicurazione professionale.  È una direzione significativa, ma contiene una domanda politica che resta aperta: rendere meno tortuoso l’accesso alla professione è sufficiente se il mercato continua a rendere economicamente incerto il primo decennio di carriera?

La vera inchiesta: perché lo Stato dovrebbe preoccuparsene

La riduzione degli iscritti non è un problema corporativo. Architetti e ingegneri presidiano una parte della qualità tecnica del Paese: sicurezza, trasformazione urbana, infrastrutture, energia, patrimonio costruito, rigenerazione e adattamento climatico. Se il ricambio si spezza, il rischio non è solo previdenziale. È istituzionale: meno giovani significa meno capacità di trasferire competenze e meno professionisti disponibili quando la domanda pubblica e privata tornerà a crescere. C’è poi una questione di concorrenza. Se il mercato delle prestazioni tecniche si sposta verso grandi società e lavoro dipendente, la professione individuale può perdere peso. La conseguenza potrebbe essere una maggiore concentrazione dell’offerta, proprio mentre la trasformazione digitale e l’intelligenza artificiale abbassano il costo di alcune attività standardizzabili. La domanda contemporanea non è dunque se l’AI sostituirà l’architetto o l’ingegnere. È più concreta: quali attività resteranno remunerative, responsabili e riservate al professionista nei prossimi dieci anni? E quale parte del valore prodotto resterà a chi sostiene direttamente il rischio professionale?

Cinque domande per evitare una riforma cosmetica

1. Quanto deve guadagnare un giovane professionista nei primi tre anni perché la libera professione sia una scelta razionale rispetto a un impiego dipendente?

2. Quali costi obbligatori possono essere ridotti o redistribuiti senza indebolire previdenza, assicurazione e formazione?

3. L’università prepara davvero all’esercizio economico della professione, oppure consegna soprattutto competenze tecniche e rinvia a dopo la gestione del mercato?

4. Gli Ordini devono continuare a essere soprattutto garanti dell’accesso e della deontologia, o diventare anche infrastrutture per l’avvio professionale, la transizione digitale e l’aggregazione tra studi?

5. Come si misura il successo della riforma: con il numero di iscritti, con il numero di giovani che restano nella professione dopo cinque anni, oppure con redditi, qualità del lavoro e sostenibilità previdenziale?

La conclusione: non è un esodo, è un referendum silenzioso

I numeri non raccontano una generazione che ha smesso di studiare architettura o ingegneria. Raccontano qualcosa di più sottile: una generazione che, dopo aver studiato, valuta con maggiore freddezza il valore economico dell’autonomia. L’abilitazione cala. Gli ingressi in Cassa calano. I giovani pesano meno tra i liberi professionisti. Le cancellazioni degli architetti superano le iscrizioni per due anni. E contemporaneamente cresce l’attrattività del lavoro dipendente, dove una parte dei costi e dei rischi viene assorbita dall’organizzazione. È un referendum senza schede: ogni laureato che sceglie di non iscriversi, ogni professionista che chiude la partita IVA, ogni giovane che rinvia l’esame sta esprimendo una preferenza. Non necessariamente contro la professione. Più probabilmente contro le condizioni alle quali oggi quella professione viene proposta. Se la riforma degli ordinamenti vorrà invertire la curva, dovrà partire da qui. Non dal presupposto che i giovani debbano essere convinti a entrare negli Albi, ma dalla domanda opposta: che cosa dovrebbe cambiare perché scegliere di entrarci torni ad avere senso?