269 views 7 mins 0 comments

Quando la maglia non basta. Il linguaggio che ridefinisce la Nazione

In OPINIONE
Luglio 14, 2026
Rajoy: “La Francia ha ottimi giocatori, ma non sono francesi”, la dichiarazione dell’ex premier spagnolo rilanciata dai media, che mette in discussione la legittimità simbolica della nazionale transalpina che ha provocato reazioni politiche e diplomatiche tra Madrid e Parigi.

di Ignazio Catauro –  “La Francia ha ottimi giocatori, ma non sono francesi”. La frase, pronunciata da una figura politica di rilievo, non è un commento tecnico sul valore atletico, ma un enunciato che pretende di ridefinire i confini del “noi”. Se vogliamo affrontare la questione con rigore intellettuale, e con lo stile severo che richiede un tema così delicato, conviene partire dalla conclusione che essa stessa impone: la rappresentanza nazionale è, in larga misura, un problema di linguaggio, di segni e di riconoscimento simbolico; e l’etnicità, come repertorio di indici culturali, gioca un ruolo non trascurabile nella formazione di quel riconoscimento. Del resto Ernest Renan osservava che “la nazione è un plebiscito di tutti i giorni”, non una mera somma di atti giuridici, ma una pratica quotidiana di riconoscimento reciproco. Se accettiamo questa premessa, allora la domanda che la frase di Rajoy solleva è legittima e seria: chi ha il diritto di incarnare la nazione sul piano simbolico? Chi decide quali segni, lingua, memoria, simboli e pratiche, valgono come prova di appartenenza? Non si tratta di un esercizio retorico in quanto si tratta di una questione di legittimità simbolica che investe la coesione politica. La filosofia del linguaggio offre qui strumenti essenziali. John L. Austin ci ha insegnato che molte enunciazioni non si limitano a descrivere il mondo, ma lo costituiscono, come nominare, escludere, legittimare, essi sono atti che si compiono parlando. Dire “non sono francesi” non è dunque solo constatazione; è un atto performativo che mira a produrre una realtà sociale diversa, a spostare il confine del riconoscimento. In termini più analitici, la sociolinguistica parla di “indexicalità”, ovvero quando certi segni, accenti, nomi, gesti e simboli, funzionano come indicatori di appartenenza. È evidente che quando la percezione collettiva si fonda su un repertorio di indici, la loro discontinuità genera dissonanza e, talvolta, rifiuto. L’antropologia politica conferma e precisa questo quadro. Le comunità si costituiscono per pratiche ripetute, fatte di riti civici, scuole, simboli, cerimonie. Lo sport moderno è uno di questi riti, dove la squadra nazionale non è una semplice somma di individui, ma un elemento simbolico che mette in scena la collettività e la confronta con altre collettività. Se la composizione di quel simbolo si disancora radicalmente dalle pratiche culturali che la popolazione percepisce come proprie, il rito perde parte della sua stessa efficacia simbolica. Un’ipotesi estrema, quella di immaginare tutte le squadre europee composte esclusivamente da giocatori africani, paradossalmente serve a chiarire il punto: non è la presenza di atleti con origini extraeuropee a essere in sé problematica, ma la perdita di qualsiasi relazione riconoscibile tra la rappresentazione pubblica e il territorio che essa dovrebbe incarnare. Il confronto internazionale, come rito di riconoscimento reciproco, presuppone differenze percepite; se queste differenze si annullassero nella rappresentazione, il senso stesso della competizione muterebbe. Qui entra in gioco la teoria del riconoscimento, che distingue nettamente tra diritti formali e riconoscimento simbolico. Charles Taylor e Axel Honneth hanno mostrato come la dignità e la legittimità politica non si esauriscano nella sfera giuridica, perché richiedono anche riconoscimento pubblico, visibilità e risonanza simbolica. Uno Stato può garantire cittadinanza e diritti; ma la legittimità politica richiede che i cittadini si riconoscano nelle istituzioni e nei loro rappresentanti. La squadra nazionale, in quanto struttura simbolica, produce riconoscimento, non crea diritti, ma conferisce senso. Quando quel riconoscimento è messo in discussione, la politica non può limitarsi a richiamare norme, piuttosto deve affrontare la dimensione simbolica della legittimazione. Questo non significa legittimare esclusioni per motivi etnici. Significa, invece, porre con chiarezza la questione seguente: “quali segni consideriamo costitutivi della nostra identità pubblica?”. Con quale autorità e con quali procedure decidiamo che un volto, una lingua, un rito “incarnano” la nazione? Evitare la domanda non la fa sparire; la sposta nel campo della retorica e della strumentalizzazione. È precisamente qui che la responsabilità pubblica sul linguaggio diventa cruciale, e dunque in questo caso è innegabile che le parole di un leader contano, perché plasmano percezioni e orientano sentimenti collettivi. Un enunciato performativo può accendere paure o aprire spazi di confronto; la differenza sta nella qualità del discorso pubblico che lo segue. Perciò la politica ha un duplice compito. Primo, distinguere con nettezza i piani, separare la cittadinanza giuridica dalla legittimazione simbolica, evitando che il linguaggio pubblico confonda i due registri. Secondo, aprire una deliberazione pubblica sui criteri di rappresentanza, non per sancire purezze etniche, ma per definire i repertori simbolici che rendono credibile la convivenza. Ciò implica interrogarsi sulle pratiche civiche, sull’educazione civica, sui riti che rinnovano il plebiscito quotidiano di cui parlava Renan. Significa, in ultima analisi, restituire alla parola pubblica la funzione di chiarire, non di confondere. Se la nazione è davvero “un plebiscito di tutti i giorni”, allora quel plebiscito va discusso e argomentato alla luce del linguaggio e dei segni che lo rendono possibile. La provocazione verbale che ha acceso il dibattito non va banalizzata né strumentalizzata, va piuttosto trasformata in un’occasione per interrogare, con rigore filosofico e responsabilità politica, i criteri del riconoscimento. Solo così la parola pubblica potrà tornare a essere strumento di chiarezza e non arma di confusione. E se la politica non è capace di questo lavoro, allora il vuoto simbolico sarà riempito da retoriche semplicistiche che non risolvono i problemi, ma li aggravano. Così parlava la nazione; resta da decidere chi, e come, le risponderà.