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REFERENDUM 2026, l’Italia al bivio tra Stato di diritto e spinta riformatrice – di Ignazio Catauro

In ATTUALITA', OPINIONE
Marzo 29, 2026
Il NO si afferma come scelta prudenziale di difesa degli equilibri costituzionali, trainato da giovani, grandi città e Mezzogiorno; il SÌ esprime invece la domanda di efficienza e governabilità del Nord produttivo e del lavoro autonomo. Due visioni diverse ma legittime che raccontano una democrazia matura e attraversata da tensioni complementari.

Il referendum costituzionale del 22–23 marzo 2026, che ha visto prevalere il NO con una percentuale intorno al 53% e un’affluenza straordinariamente elevata per una consultazione confermativa, rappresenta uno dei momenti più significativi della recente storia politica italiana. La sua rilevanza non risiede soltanto nell’esito, ma nella composizione sociale, territoriale e culturale dei due blocchi che si sono confrontati. La ricostruzione dei flussi elettorali attraverso modelli di inferenza ecologica, regressioni multilevel e analisi territoriali consente di delineare un quadro complesso, in cui il NO e il SÌ non appaiono come semplici opzioni contrapposte, ma come espressioni di due diverse concezioni della democrazia, entrambe radicate nella società italiana. L’analisi del voto per il NO mostra la convergenza di tre blocchi sociali, ovvero il Mezzogiorno, le grandi città e le fasce giovanili. Nel Mezzogiorno, la riforma è stata percepita come un intervento potenzialmente destabilizzante dell’equilibrio dei poteri, infatti le stime EI applicate ai dati provinciali indicano che tra il 18% e il 26% degli elettori del centrodestra meridionale ha votato NO, una percentuale molto più alta rispetto al Nord. Questo comportamento è coerente con la tradizione degli studi italiani sul dualismo civico e sulla vulnerabilità istituzionale, da Trigilia a Bagnasco, che hanno mostrato come nelle regioni meridionali la debolezza delle strutture amministrative e la fragilità delle reti civiche producano una domanda più intensa di protezione istituzionale. In questo contesto, la magistratura è percepita come un presidio essenziale, e qualsiasi riforma che ne tocchi l’assetto viene interpretata come un potenziale indebolimento delle garanzie. Il voto meridionale non è dunque un voto conservatore in senso ideologico, ma un voto difensivo, coerente con la logica della minimizzazione del rischio.  Le grandi città hanno espresso un voto critico che si radica nella loro struttura socio professionale. L’applicazione di modelli multilevel ai dati sezionali di Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna mostra che la probabilità di voto per il NO cresce al crescere della densità urbana, del livello di istruzione e della presenza di occupazioni intellettuali. È qui che diventa essenziale precisare cosa si intenda per lavoro intellettuale nel contesto dell’analisi del voto urbano. Non si tratta della categoria ampia e sociologicamente eterogenea che include professionisti autonomi, creativi o imprenditori della conoscenza, ma di una configurazione molto più specifica e rilevante per la dinamica del referendum, si tratta, in altri termini del lavoro intellettuale dipendente, o comunque stabilmente inserito nella sfera pubblica o para pubblica. Questa categoria comprende insegnanti, docenti universitari, funzionari della pubblica amministrazione, ricercatori, personale sanitario qualificato, tecnici e impiegati di enti locali, regioni, ministeri, autorità indipendenti, oltre ai lavoratori della conoscenza impiegati in grandi organizzazioni regolamentate come banche, assicurazioni, utilities e aziende partecipate. Si tratta di una componente sociale fortemente concentrata nelle aree metropolitane, caratterizzata da elevata istruzione, stabilità occupazionale e una relazione quotidiana con le istituzioni. Proprio questa relazione diretta con la macchina pubblica rende tale gruppo particolarmente sensibile ai temi dell’indipendenza dei poteri e della qualità delle garanzie costituzionali. Le analisi urbane mostrano che il NO ha raggiunto percentuali altissime nelle sezioni dove questa componente è più presente, confermando l’ipotesi che il voto urbano sia stato trainato da una domanda di tutela dell’equilibrio istituzionale. Il comportamento dei giovani rappresenta un ulteriore elemento di rilievo. I modelli statistici indicano che tra gli under 35 la propensione al NO supera il 62%, mentre tra gli over 60 scende sotto il 48%. Questo scarto generazionale è coerente con gli studi italiani sulla partecipazione giovanile, da Biorcio a Cavalli, che hanno mostrato come le nuove generazioni siano meno legate alle appartenenze partitiche tradizionali e più orientate verso una valutazione critica della qualità della democrazia. La generazione più istruita della storia italiana, cresciuta in un ecosistema informativo digitale e abituata alla comparazione internazionale, ha interpretato il referendum come un voto sulla tenuta dello Stato di diritto. La riforma è stata percepita come un intervento che toccava l’architettura costituzionale, e la reazione giovanile è stata quella di una difesa dei contrappesi. Se il NO ha rappresentato la difesa delle garanzie, il SÌ ha rappresentato la domanda di funzionalità. L’analisi dei flussi elettorali modellati mostra che il SÌ ha trovato la sua forza principale nel Nord produttivo, in particolare nelle regioni caratterizzate da un’economia manifatturiera avanzata, da un tessuto imprenditoriale diffuso e da una cultura civica orientata alla funzionalità delle istituzioni. Le stime EI indicano che in Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia la quota di elettori del centrodestra che ha votato SÌ supera l’85%, mentre la quota di elettori del centrosinistra che ha votato SÌ oscilla tra il 12% e il 18%. Questo dato è coerente con la tradizione degli studi italiani sul voto territoriale, da Diamanti a Cartocci, che hanno mostrato come le regioni del Nord Est e della pianura lombarda siano caratterizzate da una cultura politica pragmatica, orientata alla stabilità e alla governabilità. In queste aree, la riforma è stata percepita come un intervento volto a razionalizzare il sistema giudiziario, ridurre l’incertezza e migliorare l’efficienza complessiva dello Stato. Il voto per il SÌ è stato particolarmente forte tra gli imprenditori, i lavoratori autonomi, i professionisti e i segmenti del ceto medio produttivo che operano in contesti competitivi e che percepiscono la lentezza della giustizia come un ostacolo allo sviluppo economico. Le regressioni multilevel mostrano che la probabilità di voto per il SÌ cresce al crescere della presenza di piccole e medie imprese, di lavoratori autonomi e di professioni tecniche ad alta responsabilità gestionale. Questo dato è coerente con la letteratura italiana sul rapporto tra economia e politica, da Bagnasco a Trigilia, che ha evidenziato come il Nord produttivo tenda a sostenere riforme percepite come strumenti di semplificazione e di maggiore efficienza amministrativa. Un altro segmento fondamentale del voto per il SÌ è costituito dai liberi professionisti e dai lavoratori della conoscenza non dipendenti, cioè quella parte del lavoro intellettuale che opera in regime di autonomia, ovvero avvocati, commercialisti, consulenti, architetti, ingegneri, professionisti del settore digitale e manager di medio livello. A differenza del lavoro intellettuale dipendente, concentrato nelle grandi città e orientato al NO, questo segmento ha interpretato la riforma come un tentativo di riequilibrare i rapporti tra poteri e di ridurre la discrezionalità percepita della magistratura. Le stime EI mostrano che nelle sezioni urbane ad alta densità di liberi professionisti la propensione al SÌ supera il 55%, anche in città dove il NO è stato complessivamente prevalente. Questo dato conferma la necessità di distinguere, all’interno del lavoro intellettuale, tra la componente dipendente e istituzionale, orientata alla difesa delle garanzie, e la componente autonoma di fatto più sensibile ai temi dell’efficienza e della responsabilità.  Il voto per il SÌ ha trovato sostegno anche tra gli elettori più anziani, in particolare tra gli over 60, dove la propensione al SÌ supera il 52% secondo i modelli multilevel. Questo comportamento è coerente con gli studi italiani sulla partecipazione politica degli anziani, da Cavalli a Segatti, che mostrano come le generazioni più anziane tendano a privilegiare la stabilità, la chiarezza istituzionale e la fiducia nei governi in carica. Per molti elettori anziani, la riforma è stata interpretata come un tentativo di riportare ordine in un sistema percepito come frammentato e conflittuale. Dal punto di vista filosofico politico, il voto per il SÌ può essere interpretato come l’espressione di una cultura politica decisionista, che vede nella capacità del governo di intervenire sull’assetto istituzionale, un segno di forza e di responsabilità. Questa cultura politica, che ha radici profonde nella storia italiana, è stata analizzata da studiosi come Morlino e Cotta, che hanno mostrato come una parte significativa dell’elettorato italiano attribuisca valore alla governabilità e alla capacità di prendere decisioni anche in ambiti delicati. Il SÌ, in questo senso, non è stato un voto contro le garanzie, ma un voto a favore di una diversa concezione del rapporto tra politica e magistratura, più orientata alla responsabilità e alla chiarezza dei ruoli. L’integrazione delle due analisi mostra che il referendum del 2026 non ha diviso l’Italia in due blocchi inconciliabili, ma ha rivelato la presenza di due culture politiche entrambe legittime e profondamente radicate, che vede da una parte la cultura del limite, che riconosce nella Costituzione un presidio da difendere, e dall’altra parte la cultura della decisione, che vede nella riforma un mezzo per rendere lo Stato più efficiente. La democrazia italiana, lungi dall’essere immobilista, ha mostrato una notevole capacità di articolazione interna, e proprio il referendum del 2026 diventa in questo modo un caso paradigmatico per comprendere come le società reagiscano ai tentativi di modificare l’architettura dei poteri, e come la prudenza e la funzionalità possano convivere come due forme diverse, ma complementari, di maturità democratica.

di Ignazio Catauro