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L’opa silenziosa. Perché le primarie del campo largo non decidono chi sfida Meloni nel 2027, ma chi comanda il PD di domani

In IN EVIDENZA, OPINIONE
Settembre 06, 2026
Le primarie che Schlein non può fare, e Conte lo sa benissimo. C’è una domanda che nessuno, nel campo largo, ha il coraggio di fare ad alta voce: a che elezioni servono, davvero, queste primarie?

di Ignazio Catauro –   Perché se la risposta onesta fosse “al 2027”, saremmo di fronte al più lungo, costoso e rischioso  investimento della storia della politica italiana per un ritorno che, allo stato dei sondaggi, nessuno può garantire. Il campo largo non vince oggi. Non vinceva ieri. E con ogni probabilità non voterà prima che sia passato abbastanza tempo perché i sondaggi attuali diventino carta straccia. Eppure Giuseppe Conte si comporta come se il 2027 fosse dietro l’angolo e i gazebo l’unica cosa che conti davvero. Curioso, per uno che di elezioni ne ha viste passare parecchie senza mai presentarsi come capolista di sé stesso. La spiegazione più semplice, in questi casi, è quasi sempre quella giusta, se la posta in palio dichiarata, vincere nel 2027, è troppo lontana e incerta per giustificare l’intensità dello scontro, forse la posta in palio vera è un’altra, più vicina e più concreta. E qui viene naturale la domanda cattiva: e se l’obiettivo non fosse affatto Palazzo Chigi, ma il Nazareno? Il Movimento 5 Stelle ha un problema strutturale che nessun sondaggio settimanale riesce a nascondere, ossia che non cresce, è un partito senza futuro che ha bisogno del futuro di un altro. Non ha classe dirigente diffusa sul territorio, non ha un elettorato in espansione, non ha alleati naturali fuori dal campo largo. È, nella sua forma attuale, un partito personale con una parabola già scritta, quella di Conte. Il che significa una cosa sola, se Conte vuole contare qualcosa tra cinque o dieci anni, quel qualcosa non può crescere dentro i confini del M5S. Deve trovarlo altrove, e “altrove”, per un leader che ha già smesso di parlare solo al proprio elettorato, ha un nome preciso: il popolo del Pd. Non lo dico io per primo. Lo ha scritto con chiarezza “L’Espresso”, osservando come Conte abbia ormai smesso di correggere la linea del Movimento e si sia messo piuttosto a indicare al Pd quale sinistra dovrebbe essere, fatta di lavoro, sanità, pace, critica agli eccessi identitari; insomma un’agenda pensata non per i suoi ma per gli altri. E lo ha scritto senza troppi giri di parole anche “Panorama”, parlando apertamente di un tentativo di annettere il principale partito della sinistra con una scalata ostile, ricordando, nemmeno troppo velatamente, che Conte ha già eliminato in sequenza Salvini, Grillo e Di Maio dalla propria strada. Un curriculum che dovrebbe insospettire chiunque, prima ancora dei sondaggi. E dunque quale potrebbe essere lo strumento perfetto se non proprio le primarie come corda, non certo come democrazia. E qui arriva la parte più elegante, e più spietata, della manovra. Per condurre questa scalata, Conte non ha bisogno di inventare nulla, gli basta usare l’arma che il Pd stesso ha forgiato e consegnato ai propri avversari interni. Le primarie, lo stesso strumento che 2023 ha reso Schlein segretaria, diventa, nelle mani di Conte, il mezzo con cui incrinare dall’interno il consenso dem. “La Verità” lo ha messo nero su bianco con un paragone impietoso, richiamando l’idea che sarebbero gli stessi vertici del Pd a fornire la corda con cui farsi impiccare, la linea di Conte contraria al sostegno militare a Kiev, per dire, intercetta esattamente quella fetta di elettorato pacifista che il Pd fatica a tenere dentro casa, e non è un’ipotesi teorica. “Voce dei Cittadini” ha ricostruito con precisione il vantaggio strutturale di Conte in qualunque consultazione aperta: mentre Schlein deve mediare tra correnti, sensibilità, equilibri interni, un lavoro logorante e mai definitivo, Conte gode di un controllo verticale e compatto sul proprio partito. Tradotto in numeri elettorali significa che alle primarie Conte porta il 100% del proprio elettorato disciplinato, mentre il Pd si divide per definizione. Questo non è un dettaglio tecnico e di poco conto, è la ragione stessa per cui ogni sondaggio recente, da Ghisleri a Lab21, passando per gli stessi rilevamenti rilanciati da testate vicine al M5S, restituisce lo stesso verdetto: Conte avanti, Schlein terza persino dietro Silvia Salis, che alle primarie ha già detto di non voler nemmeno partecipare. È così piuttosto chiaro che il vero obiettivo non è la coalizione, ma l’egemonia. Per spiegare meglio il tema ci viene in aiuto “Formiche.net”, che ha sintetizzato la strategia con un linguaggio quasi manualistico: rafforzare il proprio ruolo comprimendo l’autonomia programmatica del Nazareno, costringendo Schlein a un inseguimento continuo. Non è la descrizione di un alleato che negozia una coalizione elettorale. È la descrizione di un competitor che sta ridisegnando i confini di  un partito che non è il suo. “Il Riformista”, con understatement quasi british, l’ha chiamato semplicemente “l’egemone del campo largo”, notando come, a un anno dal voto, quella coalizione sia ancora senza una guida riconosciuta. Ma forse è proprio questo il punto, in fondo non serve avere fretta di trovare un leader, se nel frattempo si sta già diventando l’unico riferimento possibile. È anche vero che il Pd non può permettersi di scoprire le carte, ed ecco perché, per Schlein e per il Pd, le primarie non sono un rischio elettorale come tanti altri, calcolabile e in fondo accettabile in nome della democrazia interna. Sono un rischio esistenziale. Non si tratta di perdere la premiership di una coalizione che tra un anno potrebbe comunque non farcela contro Meloni. Si tratta di consegnare, oggi, a freddo, con un voto vero e verificabile, la certificazione che l’elettorato di sinistra preferisce Conte a Schlein. Da quel momento in poi, il Pd smetterebbe di essere il partito guida del centrosinistra per diventare, nei fatti, la costola organizzativa di un progetto a trazione pentastellata. Le primarie che dovevano scegliere il candidato premier diventerebbero, semplicemente, l’atto notarile con cui il Pd firma la propria subalternità. Ecco perché, se la logica prevarrà sull’orgoglio identitario che ha reso le primarie un totem intoccabile per la sinistra italiana, il Pd di Schlein non potrà mai davvero farle. Non perché tema di perdere un’elezione lontana e incerta. Ma perché sa, o dovrebbe sapere, che il vero avversario non aspetta il 2027, ha già cominciato la campagna, e il seggio che vuole conquistare non è a Palazzo Chigi. È al Nazareno.