
Nel paesaggio disciplinare contemporaneo, dove la tecnica ha cessato da tempo di essere un retroterra silenzioso per assumere il ruolo di linguaggio, l’Edificio C3 del campus di Fisciano dell’Università degli Studi di Salerno, si impone come una soglia critica. Non un semplice episodio edilizio, ma un dispositivo teorico costruito, in cui la ricerca ingegneristica si fa materia architettonica e la manutenzione — tradizionalmente relegata alla dimensione dell’invisibile — diventa principio generativo della forma. È in questa tensione tra permanenza e trasformazione che si colloca il dialogo con l’architetto Roberto Borriello, figura che incarna una rara convergenza tra cultura del progetto, controllo tecnico e visione sistemica del patrimonio costruito. La sua esperienza — maturata tra pratica amministrativa, ricerca applicata e validazione dei processi — offre una prospettiva privilegiata su un tema oggi non più eludibile: la ridefinizione dell’architettura come organismo capace di attraversare il tempo senza consumarsi. Il C3, in questo senso, non è soltanto un edificio universitario, ma un manifesto implicito di una nuova ontologia del costruire. Qui la tecnologia FREEDAM, lungi dall’essere un apparato specialistico confinato alla struttura, si espone come grammatica visibile, riscrivendo il rapporto tra rischio e progetto, tra sicurezza e linguaggio. L’intervista che segue attraversa questi temi con lucidità e profondità, perché, come suggerisce implicitamente l’esperienza del C3, il futuro dell’architettura non risiede nella sua capacità di opporsi alle forze della natura, ma nella sua intelligenza nel dialogare con esse. E, forse, nel trasformare questa negoziazione continua in una nuova forma di bellezza.
Nel progetto dell’Edificio C3 al campus di Fisciano, la ricerca ingegneristica sembra aver ridefinito i limiti stessi della permanenza architettonica: in che modo, architetto Borriello, la tecnologia FREEDAM ha influenzato non solo la risposta strutturale, ma anche il linguaggio e la concezione spaziale dell’edificio?
È un piacere discutere di questo progetto, perché l’Edificio C3 dell’Università di Salerno non è solo un “contenitore di uffici”, ma un manifesto vivente di come la resilienza possa trasformarsi in estetica. L’Edificio C3 non è “protetto” dalla tecnologia FREEDAM; esso è la tecnologia FREEDAM espressa in forma di spazio. Abbiamo trasformato un dispositivo antisismico in un elemento architettonico di arredo urbano e interno, dimostrando che l’ingegneria d’avanguardia non è un limite per l’architetto, ma la sua più potente tavolozza espressiva. “L’architettura del C3 non teme il movimento: lo accoglie, lo governa e lo trasforma in un atto di conservazione della bellezza.”
L’idea di un’architettura “immune” al danno sismico introduce una discontinuità culturale prima ancora che tecnica: come cambia, a suo avviso, il rapporto tra progetto, rischio e memoria del costruito in un contesto storicamente segnato dalla vulnerabilità?
Il cuore del progetto è il passaggio dalla “resistenza per sacrificio” (l’edificio si danneggia per salvare le persone) alla resilienza totale. Grazie a giunti a attrito che dissipano l’energia sismica, l’architettura diventa immune al danno, restando funzionale e intatta anche dopo eventi sismici di grande intensità. La tecnologia non è più un elemento nascosto, ma un linguaggio architettonico. L’Edificio C3 non è solo un’opera di ingegneria, ma un manifesto di sostenibilità temporale. Dimostra che l’innovazione tecnologica può tradursi in una bellezza che non teme il tempo, trasformando il rischio sismico in un’occasione per creare un’architettura più aperta, sicura e onesta.
La direzione lavori di un’opera sperimentale come questa implica un dialogo serrato tra ricerca, industria e cantiere: quali sono state le principali criticità nel tradurre un prototipo teorico in un organismo costruito, e quali compromessi — se ve ne sono stati — hanno inciso sul risultato finale?
La transizione dal laboratorio al cantiere per l’Edificio C3 ha rappresentato una vera e propria sfida di “trasferimento tecnologico” in tempo reale. Quando si passa da un prototipo testato su una tavola vibrante a un organismo edilizio di molti metri quadri, le criticità non sono solo tecniche, ma anche procedurali e culturali. Il dispositivo FREEDAM non è un componente edilizio tradizionale; è un pezzo di meccanica di precisione. Per il corretto funzionamento dei giunti a attrito, avevamo bisogno di una precisione millimetrica. Un disallineamento anche minimo avrebbe compromesso la capacità dissipativa. È stato necessario elevare lo standard del controllo qualità. Ogni connessione è stata monitorata con strumenti laser e le superfici di attrito sono state trattate con processi di sabbiatura e metallizzazione specifici per garantire il coefficiente d’attrito previsto dal progetto teorico. Uno dei punti più delicati è stata la bullonatura. Il cuore della tecnologia risiede nella forza di serraggio applicata ai bulloni ad alta resistenza che tengono unite le piastre. Un serraggio eccessivo o insufficiente avrebbe cambiato completamente la risposta dell’edificio al terremoto. La struttura FREEDAM è progettata per muoversi (scorrere) durante un sisma. Tradurre il prototipo ha significato coinvolgere a 360 l’impresa esecutrice (TSE Impianti di Gravina di Puglia) non solo come fornitore, ma come partner di ricerca. Sul risultato finale, non ci sono stati compromessi che hanno sminuito la visione originale. Al contrario, le difficoltà del cantiere hanno spinto verso una semplificazione costruttiva. Ad esempio, alcuni dettagli dei giunti sono stati ottimizzati per facilitare la manutenzione futura (la possibilità di ispezionare le piastre d’attrito senza demolire pareti), migliorando di fatto il progetto rispetto al prototipo iniziale di laboratorio. Il risultato è un edificio dove l’architettura non subisce la tecnologia, ma la mette in mostra come garanzia di resilienza, trasformando la complessità del cantiere in una superiore qualità del dettaglio costruttivo.
L’Edificio C3 integra una dimensione “intelligente” attraverso sistemi di monitoraggio continuo: possiamo ancora parlare di architettura come oggetto finito, o piuttosto di un dispositivo aperto, capace di evolvere nel tempo attraverso i dati che produce?
La sua domanda colpisce il cuore della trasformazione digitale dell’architettura. Con l’Edificio C3, superiamo definitivamente il concetto di edificio come “monolite statico” per approdare a quello di organismo cibernetico. Il monitoraggio continuo non è un semplice accessorio, ma il “sistema nervoso” che permette alla struttura di uscire dalla dimensione dell’oggetto finito. Ecco perché possiamo definirlo un dispositivo aperto. L’architettura tradizionale è progettata per essere “invariante”: una volta collaudata, si spera che non cambi mai. Il C3, invece, produce un flusso costante di dati (accelerazioni, spostamenti, deformazioni). L’Edificio C3 segna il passaggio dall’architettura come prodotto all’architettura come servizio di protezione e abitabilità. Non è più un oggetto che “subisce” il tempo, ma un dispositivo che usa il tempo e i dati per preservare la propria integrità. La sua forma fisica è il frame statico di un processo dinamico che dura quanto la vita dell’edificio stesso. Non stiamo più costruendo muri, ma programmando comportamenti strutturali.
In un panorama internazionale in cui sostenibilità e resilienza tendono a convergere, questo progetto sembra anticipare una nuova generazione di edifici: quale eredità culturale e operativa ritiene che questa esperienza possa lasciare alla pratica architettonica contemporanea, oltre il perimetro accademico?
L’Edificio C3 non va considerato come un esperimento isolato, ma come il “paziente zero” di una nuova sensibilità costruttiva. L’eredità che lascia alla pratica professionale è una visione in cui la tecnologia non è un costo aggiuntivo, ma una strategia di investimento culturale e ambientale. Fino ad oggi, la sostenibilità è stata legata quasi esclusivamente al consumo energetico (pannelli solari, isolamento). Il C3 introduce il concetto di sostenibilità strutturale. L’eredità del progetto C3 è la dimostrazione che sicurezza e bellezza non sono in conflitto. Oltre l’accademia, questa esperienza dice ai professionisti che è possibile progettare territori che non hanno più paura della propria fragilità geologica. Ci stiamo muovendo verso un’architettura che non cerca di sconfiggere la natura, ma che ha l’umiltà (e la tecnologia) necessaria per assecondarla senza spezzarsi. Il futuro non appartiene agli edifici più forti, ma a quelli più capaci di rigenerarsi.
Grazie
di Giuseppe Di Giacomo





