di Carmine Tomeo – È un filo invisibile ma d’acciaio che collega la crisi silenziosa dei piazzali dell’automotive europeo, saturi di auto elettriche invendute e catene di montaggio ferme al 50% della capacità, con il fragore dei cantieri della difesa che lavorano a tappe forzate. Quel filo si chiama “riconversione”. Un tempo termine nobile associato alla transizione ecologica o al passaggio dalla guerra alla pace, oggi la parola ha invertito la rotta: indica la tentazione, sempre più concreta nei palazzi del potere di Bruxelles,Berlino e Roma, di trasformare la ruggine della manifattura civile nell’incudine del nuovo riarmo continentale. Spinta dall’obbligo di raggiungere la soglia del 2% del Pil in spese militari imposta dalla NATO e dall’esigenza di ricostituire gli arsenali svuotati dai conflitti ai confini dell’Europa, l’industria europea sta vivendo una vera e propria metamorfosi. Ma cosa sta accadendo davvero all’interno dei capannoni industriali? Si tratta di un piano strategico ben strutturato o di una fuga in avanti dettata dall’emergenza economico-occupazionale? Se c’è un luogo in cui il fenomeno assume contorni plastici, quello è la Germania. Il cuore pulsante dell’automotive europeo è oggi il malato d’Europa.Con la chiusura di storici stabilimenti civili e la contrazione dei volumi, i colossi della difesa sono diventati i nuovi acquirenti d’elezione di capacità produttiva e forza lavoro qualificata. In Italia il dibattito si muove su un binario differente ma convergente. Non assistiamo alla trasformazione da un giorno all’altro di una grande fabbrica di utilitarie in una catena per missili. Un’operazione tecnica complessa e sproporzionatamente costosa, bensì a un orientamento tattico delle filiere ad alto valore tecnologico. L’esempio più lampante è rappresentato dal distretto della componentistica pesante. Aziende come la Berco di Copparo (Ferrara), storica realtà specializzata nella produzione di componenti e cingoli per macchine agricole e movimento terra,travolta da una profonda crisi strutturale e da esuberi di personale, ha visto aprirsi la prospettiva di inserire le proprie lavorazioni nelle catene di fornitura dei veicoli militari cingolati. Un passaggio tecnico quasi naturale: la metallurgia di precisione per uno scavatore richiede tolleranze non troppo diverse da quelle di un veicolo corazzato. “Convertire una linea di montaggio da un’utilitaria a un carro armato è una chimera tecnica. La vera riconversione avviene nei subfornitori: è la siderurgia di precisione che cambia committente.” Analogamente, la cantieristica navale ha accelerato la sua compenetrazione tra civile e militare. Fincantieri e il polo industriale della Liguria (La Spezia in primis) hanno progressivamente aumentato il peso specifico della divisione Difesa per compensare le oscillazioni del mercato. In Europa, il caso più emblematico riguarda il sito ferroviario di Alstom a Görlitz, in Sassonia. Un impianto con oltre 175 anni di storia nella costruzione di treni e vagoni, destinato alla dismissione, è stato al centro di serrate trattative con il gigante armiero Rheinmetall per essere convertito nella produzione di componenti per veicoli corazzati e strutture per carri armati (i famosi Panzer). Poco distante, nei distretti automobilistici della Bassa Sassonia, si valutano sinergie dirette tra la filiera subfornitrice di Volkswagen e la produzione di munizionamento pesante e sistemi di artiglieria. Non si tratta di casi isolati: in tutta l’Europa centrale, la drastica contrazione del settore civile sta spingendo governi e sindacati a considerare la difesa come un “ammortizzatore sociale d’ultima istanza”. Perfino nei tavoli ministeriali legati alla crisi di Stellantis si allungano.le ombre di emendamenti legislativi e piani di investimento volti ad agevolare la dualità tecnologica (dual-use): spingere le aziende dell’auto a produrre componentistica elettronica, cavi esensori per la difesa. Il fenomeno della riconversione solleva interrogativi etici, economici e industriali di prim’ordine che non possono essere liquidati con la retorica della sicurezza nazionale. Basare il sostegno all’occupazione industriale sulla spesa militare crea una dipendenza perversa dai conflitti. Quando e se le tensioni si allenteranno, come si riconvertiranno nuovamente queste strutture? Per i lavoratori e i sindacati si consuma un drammatico ricatto morale: accettare di produrre strumenti di morte o affrontare il licenziamento. Sembra che la promessa di una”transizione verde” svanisca sotto il peso di una “transizione grigio-verde”, in cui il welfare industriale viene sostituito dalla logica di guerra.

