di Carmine Tomeo
L’attacco al molo venezuelano e l’operazione Southern Spear non sono semplici manovre antidroga. L’uso della CIA e il coinvolgimento diretto di Donald Trump trasformano un’azione tattica in una dichiarazione di guerra ibrida. L’obiettivo non è il Tren de Aragua, ma la stabilità stessa del governo di Caracas.Utilizzare il pretesto del narcotraffico per colpire infrastrutture terrestri è una violazione palese della sovranità nazionale. È la “Dottrina Iraq” applicata ai Caraibi: si criminalizza un regime per giustificare l’espropriazione delle sue risorse. La povertà del Venezuela non è la prova dell’incapacità del suo popolo, ma il risultato di una strategia di strangolamento pianificata. Come l’assedio finanziario. Dal 2017, le sanzioni statunitensi hanno tagliato fuori il Venezuela dai mercati internazionali. È impossibile far prosperare una popolazione se non si può vendere il proprio petrolio o accedere ai propri conti bancari all’estero (come l’oro sequestrato a Londra). L’industria petrolifera e del gas richiede manutenzione e tecnologia. Il blocco delle importazioni di pezzi di ricambio e diluenti ha trasformato la ricchezza in un peso morto. La scarsità non è un sottoprodotto naturale, ma una conseguenza di una “quarantena” marittima e finanziaria volta a indurre una rivolta interna per disperazione. Non è la gestione delle risorse a essere fallimentare in sé, ma l’impossibilità di gestirle in un regime di assedio economico. Affermare che il Venezuela è povero nonostante le risorse è come dire che un uomo sta morendo di sete nonostante sia vicino a un pozzo, omettendo che il pozzo è stato avvelenato e l’uomo è incatenato. Il sacrificio della democrazia sull’altare dell’energia è un paradigma trumpiano. Quello che stiamo osservando all’inizio di questo 2026 è l’atto finale di un dramma geopolitico in cui la democrazia venezuelana è stata cancellata due volte. Prima, attraverso l’isolamento internazionale che ha impedito ogni normale dialettica politica; poi, attraverso l’arroganza di Donald Trump, che utilizza il territorio venezuelano come un poligono di tiro per la sua propaganda elettorale e muscolare. L’interesse americano non è la libertà del popolo di Caracas, né la lotta alla droga. L’obiettivo reale è il controllo diretto sulle più grandi riserve petrolifere del mondo, sul gas e sulla bauxite, materiali critici per l’egemonia industriale del XXI secolo. L’attacco al molo è la firma di un’amministrazione che non riconosce il diritto internazionale ma solo il diritto della forza, trattando un’intera nazione come una stazione di rifornimento da conquistare. Il 2026 si apre così: con la sovranità di un popolo calpestata dall’ambizione imperiale di chi vede nel mondo solo una mappa di risorse da depredare.


