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La forma della pace. La Casa di Abramo di Sandro Raffone, un’architettura che sfida il tempo, la politica e il sacro

In CULTURA, IN EVIDENZA, INSERTI CULTURA
Gennaio 28, 2026
Architetto aquilano, formatosi tra il Razionalismo mediterraneo assorbito negli anni giovanili in Eritrea e la scuola napoletana di Nicola Pagliara, Raffone ha attraversato con rigore e discrezione oltre mezzo secolo di ricerca progettuale, didattica e teorica.

Ci sono progetti che non appartengono a una stagione, ma a una lunga durata del pensiero. Architetture che non cercano consenso immediato, né realizzazione rapida, perché operano su un terreno più instabile e necessario: quello della convivenza, del simbolo, della città come spazio etico prima ancora che fisico. La Casa di Abramo di Sandro Raffone è uno di questi. Architetto aquilano, formatosi tra il Razionalismo mediterraneo assorbito negli anni giovanili in Eritrea e la scuola napoletana di Nicola Pagliara, Raffone ha attraversato con rigore e discrezione oltre mezzo secolo di ricerca progettuale, didattica e teorica. Professore ordinario di Composizione architettonica all’Università Federico II di Napoli, protagonista del dibattito architettonico italiano e internazionale, invitato alla Biennale di Venezia e autore di opere pubblicate in libri e riviste di riferimento, Raffone ha sempre inteso l’architettura come costruzione di senso, misura dello spazio collettivo, strumento critico nei confronti della storia e del presente. La Casa di Abramo nasce alla fine degli anni Novanta come esito di una riflessione radicale e insieme concreta: pensare un luogo condiviso di preghiera e di aggregazione capace di accogliere, senza gerarchie né sovrapposizioni, le tre religioni monoteiste che riconoscono in Abramo una figura fondativa. Un progetto che, ben prima dell’attuale centralità del tema nel dibattito geopolitico, ha posto la questione della rappresentazione del sacro, dell’iconografia, dell’orientamento, della luce e della misura come elementi architettonici capaci di tradurre il dialogo in spazio costruito. A distanza di oltre vent’anni, mentre il Medio Oriente torna ad essere epicentro di conflitti profondi e l’idea stessa di convivenza appare fragile, la Casa di Abramo si rivela per ciò che è sempre stata: un dispositivo culturale, politico nel senso più alto del termine, pensato per la polis e per la civitas. Non un’utopia astratta, ma un progetto dettagliato, discusso, verificato, capace di innestarsi nel paesaggio urbano di Napoli o di trovare, forse, una nuova possibilità di vita altrove, persino in Palestina. In questa intervista, Sandro Raffone ripercorre l’origine dell’intuizione, le resistenze e le aperture incontrate, le scelte spaziali e simboliche che hanno guidato il progetto, fino a interrogarsi sulla sua possibile attualità. Ne emerge il ritratto di un’architettura che non cerca scorciatoie, che assume il conflitto come dato di partenza e che affida alla forma, alla luce e alla misura il compito più ambizioso: rendere pensabile la pace.

L’idea della Casa di Abramo nasce alcuni anni fa come esito di una riflessione progettuale condivisa con un gruppo di suoi collaboratori. Può raccontarci l’origine di questa intuizione e il percorso concettuale e architettonico che vi ha condotti alla sua definizione?

L’idea è nata nell’autunno del 1998, a Irbid, città di Alì Abu Ghanimeh a nord della Giordania, dove a me e a Gianluca Di Vito ci colpì il minareto e campanile adiacenti (1) che due anni dopo fu l’incipit per il tema di laboratorio del secondo anno “Tempio islamico cristiano a Ponticelli”: un’unica aula di preghiera utilizzata in tempi diversi dai fedeli cristiani e islamici.

All’epoca del progetto vi confrontaste non solo con il mondo accademico e professionale, ma anche con  interlocutori religiosi e istituzionali. Quale fu l’accoglienza riservata a questa proposta e quali furono, sul piano politico, culturale e operativo, le principali criticità che ne resero complessa l’attuazione?

No, non ci fu alcun confronto col mondo accademico né con quello professionale, invece fu risolutivo l’incontro col domenicano Benedetto Fulgione, allora Rettore della Cappella Universitaria, che per l’uso dello stesso spazio in tempi diversi prescrisse l’eliminazione dei segni e delle immagini delle due fedi, nei fatti un’estensione dell’iconoclastia islamica ai cristiani mentre si confermò l’orientamento tradizionale delle disposizioni per la preghiera: quella a oriente per i cristiani e verso La Mecca per gli islamici, quindi sono state le direzioni ad introdurre i muri in una sorta di geometria romboidale con l’altare e il mihrab occultati secondo l’uso (2). Nel 2001 la mostra dei progetti nella Facoltà di Architettura fu comunicata da un telegiornale di RAI 3.

Nel suo impianto teorico e spaziale, come è pensata la Casa di Abramo? Quali funzioni ospita e in che modo l’architettura diventa strumento di dialogo e coesistenza tra le tre religioni monoteiste che riconoscono in Abramo una figura fondativa?

Il progetto didattico riguardava islamici e cristiani ma Antonio Bassolino suggerì di includere anche gli ebrei, un fatto che cogliemmo mentre su indicazione del teologo Gennaro Matino cambiammo il nome in “Casa di Abramo”, un complesso che oltre l’aula di preghiera aveva funzioni di aggregazione sociale. Con questi parametri nel 2003 la Casa di Abramo fu il tema di tesi di laurea a Napoli, Salerno e Barletta che furono divulgate dalla stampa nazionale e da riviste di architettura, oltre interviste televisive e convegni. Nel 2005, Alì Abu Ghanimeh, col finanziamento di S.E. Akel Biltaji consigliere del re di Giordania, organizzò la mostra dei tre progetti nell’University of Jordan ad Amman (3), evento che fu inaugurato da autorità governative, accademiche, esponenti religiosi islamici e cristiani, del rappresentante dell’ambasciata d’Italia e fu comunicato dalla stampa e dalla radio locale. Nel 2007 pubblicai “La Casa di Abramo a Napoli” Clean Ed, con testi di Benedetto Gravagnuolo, del teologo don Gennaro Matino e del sindaco di Barletta Francesco Salerno che aveva manifestato il proposito di realizzare il progetto, un intento documentato dal “Venerdì di Repubblica” del 4 giugno 2004 col titolo “Macché disfida, a Barletta si fa la pace”, tuttavia poi inspiegabilmente il sindaco si è eclissato, forse per un veto della curia.

Il progetto affronta un tema delicato, quello della rappresentazione simbolica del sacro. Quale linguaggio architettonico avete scelto per evitare gerarchie, sovrapposizioni o conflitti tra i diversi universi religiosi, e come avete lavorato sul tema dell’astrazione, della misura e dello spazio condiviso?

Questo è un nodo centrale risolto nel mio studio con la pianta circolare e l’inserimento della torah, dell’altare e del minbar nel portico anulare dove la luce, diffusa in modo opposto a quella del pantheon, riconduce a un contenuto spirituale unico (4). Il progetto nel sito abbandonato in Via Amerigo Vespucci (5) lo mostrammo al sindaco Luigi de Magistris che propose di farlo nel porto di Napoli previa il consenso scritto dei rappresentanti delle tre fedi monoteiste. Così, il 12 ottobre del 2014 riunii a Palazzo Gravina il Rabbino Capo di Napoli Dr. Rav Umberto Piperno, il rappresentante della Curia Mons. Prof. Gaetano Castello e il presidente della Federazione Islamica della Campania Dr. Imam Abd Allah Massimo Cozzolino (6) che firmando il documento di consenso convennero di considerare la Casa di Abramo non solo un luogo di culto, ma anche per celebrare il “culto dell’accoglienza”. Su istanza di Umberto Piperno il campanile e il minareto furono sostituiti dalla “torre della fede” che compie una rotazione in ventiquattro ore (7). Situata fra la Stazione Marittima e Castel Nuovo, le mura della Casa di Abramo sono in “Travertino Navona” col fondo del portico in “Verde Alpi” dove spicca la porta di bronzo disegnata da Ernesto Tatafiore posta fra le fontane per le abluzioni e la scarpiera (8). Rialzata su un terrapieno conico, il tempio è isolato da un doppio recinto d’acqua che si valica dal cancello con il nome in quattro lingue (9). Inoltre, i tre saggi concordarono che la tholos può essere utilizzata come auditorium e per concerti e convennero che anche il desinare può essere un atto di condivisione spirituale, ciò che indusse ad inserire due ristoranti negli ex Magazzini Generali, in abbandono da anni, oltre i centri culturali, una biblioteca, una palestra, la terrazza con bar panoramico e sei piani di parcheggi, tutte funzioni che avrebbero attratto gli investitori i quali, secondo il piano economico della Prof.ssa Maria Cerreta, avrebbero recuperato i capitali in cinque anni. Il progetto era approfondito alla scala di dettaglio e tutte le strutture furono verificate dal Prof. Ing. Antonio Formisano.

La Casa di Abramo appare oggi come una ricerca insieme radicale e concreta, che ha saputo anticipare temi oggi centrali nel dibattito architettonico e geopolitico. A distanza di anni, e in un contesto storico segnato da nuove e profonde tensioni in Medio Oriente, ritiene che esistano le condizioni culturali e politiche perché questo progetto possa trovare una nuova attualità e, forse, una possibilità di realizzazione?

Esistono perché il tema, che è politico nel senso del termine connesso alla polis, quindi alla civitas e alla civiltà, ha una forte valenza mediatica che nel 2023 è stata colta dagli emiri di Abu Dhabi che hanno realizzato la “Casa della Famiglia di Abramo”, ma con sale distinte per l’identità ebraica, cristiana e musulmana. Nel 2013 il Rotary si fece promotore del rilancio della Casa di Abramo nel porto col sindaco Gaetano Manfredi che peraltro conosceva il progetto, ma senza riscontro, eppure la sua costruzione avrebbe avuto la straordinaria valenza di porsi come complemento al paesaggio sia dal mare, sia dall’asse che da Castel Sant’Elmo giunge al porto dove la sistemazione della metropolitana di Alvaro Siza ha messo in luce duemila anni di storia, un contesto in cui la thòlos di Abramo avrebbe potuto fare la storia.

Grazie infinite

di Giuseppe Di Giacomo