
Nel panorama della Pubblica Amministrazione italiana, l’obbligo di aggiornamento in materia di anticorruzione ed etica del comportamento, ai sensi della legge 190/2012 e successive modificazioni, rappresenta non solo un adempimento formale, ma un tassello essenziale del sistema di prevenzione integrata dei rischi di illegalità. Inserita in un contesto normativo intricato, la legge anticorruzione definisce un quadro di responsabilità per le amministrazioni e per i singoli dipendenti pubblici, che devono operare con integrità, trasparenza e imparzialità nell’esercizio delle proprie funzioni. Sul piano giuridico, la legge n. 190 del 2012 ha istituito un insieme di obblighi procedurali e di controlli volti alla prevenzione dei fenomeni corruttivi, tra cui l’adozione dei Piani Triennali per la Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (PTPCT), la rotazione del personale in ruoli sensibili, il monitoraggio dei conflitti di interesse e l’istituzione di strutture interne di compliance. Centrale è la previsione dell’art. 54-bis del Testo Unico del Pubblico Impiego, che disciplina la tutela per i dipendenti pubblici che segnalano illeciti, recependo obblighi derivanti da
normative europee. Durante il percorso formativo di quest’anno, due concetti di matrice anglosassone hanno catalizzato l’attenzione dei partecipanti: whistleblowing e wrongdoing. Questi termini, pur emanando da lessici giuridico-organizzativi internazionali, hanno ormai una rilevanza concreta nel diritto amministrativo italiano in materia di integrità e trasparenza. Whistleblowing indica la prassi di segnalazione, tramite canali protetti, di comportamenti illeciti o non etici scoperti in ambito lavorativo, con la tutela dell’identità del segnalante – il cosiddetto “whistleblower” – e la salvaguardia dell’interesse pubblico. In Italia, il D.Lgs. 24/2023 ha riformato la disciplina, estendendo gli obblighi di implementazione di canali di segnalazione riservati e sistemi di protezione anche ad enti pubblici e aziende private con più di 50 dipendenti, con misure specifiche contro le ritorsioni poste in essere nei confronti dei segnalanti. Wrongdoing, nel linguaggio della compliance e dell’anticorruzione, si riferisce a un ventaglio di condotte illecite o scorrette che possono compromettere l’integrità dell’azione amministrativa e della gestione pubblica. Esso include non soltanto fenomeni penalmente rilevanti quali la corruzione o il peculato, ma anche forme di cattiva amministrazione (“mal administration”), omissioni sistematiche di trasparenza, conflitti di interesse non dichiarati e frodi negli appalti. Tali comportamenti sono oggetto di vigilanza e sanzione da parte dell’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione), mediante misure interdittive, multe e percorsi amministrativi di riforma. Secondo i dati aggregati dall’ONG Libera relativi al 2025, il numero di inchieste per reati di corruzione e affini è quasi raddoppiato rispetto all’anno precedente, con 96 indagini aperte coinvolgendo oltre 1.000 persone tra amministratori pubblici, professionisti e imprenditori. Sud e Isole registrano il maggior numero di indagini (48), con Campania, Sicilia e Calabria tra le aree più colpite. Centro Italia segue con 25 casi accertati. Nord (23) mostra numeri elevati soprattutto in Lombardia e Liguria, con importanti sviluppi su indagini legate alla gestione di appalti e concessioni pubbliche. Queste statistiche, pur indicative e soggette a aggiornamenti, sottolineano come la diffusione delle pratiche corruttive non sia limitata a un singolo contesto regionale, ma permei l’intero sistema paese, con concentrazioni variabili a seconda dei settori amministrativi e dei circuiti di potere locale.
di Giuseppe Di Giacomo



