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L’arte sottile dell’improvvisazione legislativa

In IN EVIDENZA, OPINIONE
Ottobre 18, 2026
Il “reddito di restanza” proposto in Campania scambia una categoria antropologica per una politica di sviluppo. Un assegno mensile non ripopola un paese, e intanto esistono strumenti nazionali che muovono risorse di ben altra portata.

di Ignazio Catauro  –  A osservare le recenti proposte avanzate in Campania sul cosiddetto reddito di restanza si ha l’impressione di assistere non alla nascita di una politica pubblica ma a un esercizio di creatività istituzionale, un laboratorio in cui l’entusiasmo prende il posto della tecnica e la buona volontà quello dell’analisi economica.   Sarebbe materia da studio antropologico se la letteratura, da Hirschman a Sen, da Barca a Teti, non avesse già spiegato con abbondanza di prove che lo sviluppo dei territori richiede infrastrutture, governo multilivello, capacità amministrativa, investimenti strutturali e una visione d’insieme.  Qui sembra prevalere una logica più economica, anche se non nel senso migliore del termine. Se un territorio si spopola, basta un assegno mensile e il problema evapora, una scorciatoia concettuale che in altre stagioni avrebbe strappato un sorriso persino ai più indulgenti tra gli studiosi di politiche pubbliche.  La buona intenzione non è in discussione, sia chiaro, è la superficialità tecnica con cui si pretende di affrontare fenomeni complessi come la desertificazione demografica, la crisi dei servizi essenziali, la marginalità infrastrutturale, la fragilità economica delle aree interne. Mentre Invitalia mette a disposizione, con strumenti collaudati e finanziariamente solidi, centinaia di milioni per imprese, startup, innovazione, turismo e rigenerazione produttiva, la proposta regionale si presenta come un incentivo di micro-entità, rivolto a pochi beneficiari, privo di massa critica e incapace di innescare effetti moltiplicativi. È il celebre tentativo di spegnere un incendio boschivo con un bicchiere d’acqua, il gesto è nobile, l’efficacia è un’altra faccenda.   Più curiosa della debolezza economica è l’ingenuità politica; si direbbe che l’idea nasca  nell’ignoranza dell’ecosistema nazionale già attivo, già finanziato e già strutturato, che offre contributi incomparabilmente più consistenti. La proposta pare uscita da un seminario motivazionale più che da una commissione consiliare, in fondo di cosa si parla, semplicemente di piccolo reddito per restare, un bonus per non partire, un incentivo per “creare comunità”.  Tutto molto poetico, tutto molto evocativo, tutto molto poco utile.  C’è poi un torto che va oltre l’economia, ovvero che la restanza, in Vito Teti, è un concetto profondo, radicato nella storia dei luoghi e nel rapporto di chi sceglie di rimanere con ciò che altri hanno lasciato. Qui viene ridotta a slogan amministrativo, a mantra che vorrebbe trasformare una scelta di vita in un modulo da compilare, si confonde la dimensione antropologica con la politica pubblica, mescolando confusamente la narrazione e la suggestione con la programmazione e la strategia. La restanza, da categoria culturale, scivola così a espediente comunicativo, un modo elegante per coprire l’assenza di una vera politica per le aree interne. Ne discende un paradosso evidente, e anche preoccupante, ossia che mentre il Paese discute di infrastrutture, digitalizzazione, sanità territoriale, mobilità e filiere produttive, si immagina che la risposta stia in un assegno mensile di poche centinaia di euro. La sproporzione tra il problema e il rimedio è tale da generare un effetto quasi comico, un’ironia involontaria che trasforma l’intervento in un esercizio di retorica più che in una leva di sviluppo. Ciò che colpisce, alla fine, non è la proposta in sé ma la preparazione tecnica che la dovrebbe sorreggere e che non si scorge. Non traspare consapevolezza delle dinamiche economiche, delle politiche nazionali, delle esperienze europee, delle evidenze empiriche. Mentre altrove si ragiona di coesione territoriale, di politiche place-based, di governo multilivello, qui si contrappone  un’idea che somiglia più a un esercizio di fantasia che a una strategia. Non è cattiveria, è  semplice constatazione, perché quando la complessità viene affrontata con soluzioni semplicistiche, il risultato non è la semplificazione ma la caricatura. E in questo caso la caricatura è evidente.