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Legge elettorale, la maggioranza fa quadrato: no alle preferenze senza capilista

In IN EVIDENZA, POLITICA
Settembre 10, 2026
Al Senato il centrodestra boccia l’emendamento delle opposizioni: 99 voti contrari e 68 favorevoli. Fratelli d’Italia sceglie la compattezza della maggioranza, ma il voto riapre il confronto sulla promessa di restituire agli elettori la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti.

La maggioranza si ricompatta in Aula e blinda l’impianto della nuova legge elettorale. Il Senato ha respinto l’emendamento presentato dalle opposizioni che puntava a cancellare i capilista bloccati e a introdurre un sistema fondato sulla possibilità per gli elettori di esprimere due preferenze. Il risultato della votazione è netto: 99 voti contrari contro 68 favorevoli.  Un voto arrivato al termine di una giornata segnata da tensioni e distinguo all’interno della coalizione di governo e che assume un peso politico particolare soprattutto per Fratelli d’Italia. Il partito guidato da Giorgia Meloni aveva infatti costruito negli anni una parte significativa della propria identità politica anche sulla richiesta di restituire agli elettori un maggiore potere di scelta sui candidati. Le preferenze sono state a lungo presentate come uno strumento per superare la logica delle liste bloccate e rafforzare il rapporto diretto tra rappresentanti e rappresentati.  Alla prova dell’Aula, tuttavia, ha prevalso la ragione della coalizione. FdI ha scelto di mantenere l’intesa con gli alleati e di respingere l’emendamento delle opposizioni, evitando così una frattura sulla riforma elettorale in una fase politicamente delicata.

La scelta di FdI e il nodo della coerenza

È proprio qui che si apre il principale fronte politico. Il voto non rappresenta soltanto una scelta tecnica sull’architettura del sistema elettorale, ma investe direttamente il tema della coerenza tra gli impegni assunti negli anni e le decisioni prese oggi dalla maggioranza.  Dai banchi delle opposizioni sono arrivate proteste e accuse. Pd e Movimento 5 Stelle hanno contestato quella che considerano una marcia indietro rispetto alle posizioni sostenute in passato dalla premier e dal suo partito.  Il punto sollevato dalle minoranze è politico prima ancora che regolamentare: se la possibilità di scegliere direttamente i parlamentari era stata indicata come una priorità, perché oggi la maggioranza sceglie di conservare i capilista bloccati?  La risposta del centrodestra passa, evidentemente, dalla necessità di mantenere un equilibrio interno alla coalizione. La riforma della legge elettorale è infatti uno dei terreni sui quali le diverse sensibilità della maggioranza possono entrare più facilmente in conflitto. E il voto del Senato dimostra che, almeno su questo passaggio, la compattezza della coalizione ha avuto la precedenza sulle singole posizioni di partito.

La partita, però, non è ancora chiusa

Il voto non conclude l’esame della riforma. Il testo mantiene infatti un sistema nel quale convivono capilista bloccati e preferenze per una parte dei candidati, mentre il Senato è chiamato a esaminare nelle prossime ore ulteriori modifiche.  È quindi ancora presto per considerare definito l’assetto definitivo della legge elettorale. Ma un dato politico appare già evidente: sul tema delle preferenze, il centrodestra ha scelto la linea della sintesi interna.   Per Fratelli d’Italia si tratta di una scelta che potrebbe avere un costo sul piano della narrazione politica. Il partito dovrà infatti spiegare come conciliare la storica battaglia per una maggiore scelta da parte degli elettori con un sistema che continua a prevedere candidature bloccate. Per le opposizioni, invece, il voto offre un nuovo terreno di attacco alla maggioranza e, in particolare, alla premier. La legge elettorale torna così a essere non soltanto una questione di regole, ma uno dei possibili terreni di confronto sul rapporto tra promesse, rappresentanza e potere di scelta degli elettori.  La discussione è destinata quindi a proseguire. E mentre il Parlamento continua a lavorare sul testo, resta sullo sfondo la domanda politica più delicata: quanto spazio dovranno avere gli elettori nella scelta dei propri rappresentanti e quanto, invece, resterà nelle mani dei partiti?

di Fausto Sacco