
C’è un Sud che non cede mai nella nostalgia, ma che custodisce ferite ancora aperte, memorie sommerse e domande irrisolte. Ed è proprio da questo paesaggio umano e storico che prende forma La strada oltre il ponte (PAV Edizioni), il nuovo romanzo di Giulia Fabbo, docente e voce autorevole del panorama culturale campano. Dopo il successo de L’albero di nespole, intenso racconto di emigrazione e speranza nel secondo dopoguerra, e della raccolta poetica La pausa preziosa, Fabbo torna alla narrativa con una storia attraversata da memoria, inquietudine e interrogativi esistenziali. In questa intervista, Giulia Fabbo racconta il rapporto tra letteratura e insegnamento, il dialogo quotidiano con le nuove generazioni e la domanda silenziosa che attraversa tutto il libro: che cosa resta davvero di una vita quando vengono meno il ruolo, il potere, la corsa incessante verso il successo?
La strada oltre il ponte racconta un uomo, Achille, che ha costruito ponti per tutta la vita ma che, solo alla fine, comprende di non aver saputo costruire relazioni. Come è nato questo protagonista?
Questo protagonista è nato dalla conoscenza di una vicenda realmente accaduta, almeno per quanto riguarda l’esordio, poi la storia prosegue in tutt’altra direzione. Mi attirava molto l’idea di tratteggiare il profilo di un uomo che dopo aver dedicato la sua intera esistenza a inseguire obiettivi che sembravano prioritari, si rende conto invece, a un certo punto della vita, che il senso vero dell’esistenza andrebbe rintracciato in tutt’altra direzione.
Il Sud che attraversa il romanzo non appare mai folkloristico né nostalgico: è un luogo concreto, segnato dalla storia e dalle omissioni, sullo sfondo emerge il bombardamento del 14 settembre 1943. Che rapporto ha con la memoria del Mezzogiorno?
Trovo che nella memoria del mezzogiorno esistono troppe pagine che sono ancora oscure, troppe domande ancora aperte, troppi angoli in cui andare a cercare. Io ho voluto raccontare, incrociandola con la vicenda dei personaggi della trama, una pagina buia che la nostra città ha vissuto e che forse, soprattutto le nuove generazioni, conoscono pochissimo.
Nel libro i ponti sembrano assumere un valore simbolico: collegano luoghi ma anche assenze, generazioni, possibilità mancate. È una metafora che accompagna il romanzo?
Decisamente sì: il ponte ha una doppia valenza nella trama del romanzo. Da una parte è un ponte reale, fisico, con la sua storia singolare e tormentata. Dall’altro lato il ponte ha però anche un forte valore simbolico, legato al messaggio finale della vicenda del protagonista. I due piani di interpretazione viaggiano paralleli, per tutta la durata del romanzo.
Insegni al liceo Liceo Pietro Colletta di Avellino, quanto il contatto quotidiano con gli studenti influisce sul tuo sguardo narrativo e sul modo di interrogare il presente?
Tantissimo! Io credo che le giovani generazioni abbiano bisogno non tanto di spiegazioni, quanto di narrazioni, perché a volte dalla narrazione si può arrivare a toccare corde del proprio essere, si può sfiorare la profondità di se stessi, della propria coscienza, delle proprie paure. Noi interroghiamo continuamente il passato attraverso la Letteratura e le voci dei grandi autori classici per poter arrivare alle grandi domande esistenziali del presente, quelle che si agitano sul fondo dell’anima di un adolescente, di un giovane che si affaccia alla soglia della maturità. Che grande privilegio poter stare con i giovani, poter parlare alle loro menti e soprattutto ai loro cuori!
Nel romanzo sembra emergere una domanda silenziosa: che cosa resta davvero di una vita quando vengono meno il lavoro, il ruolo sociale, il potere? È questa, in fondo, la domanda centrale del libro?
E’ questa la domanda che aleggia, implicita, dall’inizio alla fine, che prende forma concreta e definita in alcuni passaggi e in alcuni momenti salienti della storia. E’ la domanda che in qualche modo ci attraversa tutti, prima o poi, in una fase o nell’altra della nostra esistenza.
In un tempo dominato dalla velocità e dall’esibizione, La strada oltre il ponte invita invece alla riflessione e alla memoria, che cosa speri resti nel lettore dopo l’ultima pagina?
Spero che possa restare una riflessione sulla vita: troppe volte corriamo, affannati, verso mete che ci sembrano prioritarie e fondamentali. Ma siamo sicuri di correre nella direzione giusta? E soprattutto siamo sicuri che questa corsa sia necessaria?
Grazie
di Giuseppe Di Giacomo


