È morto a 94 anni a Palermo Bruno Contrada, ex dirigente della Polizia di Stato e numero tre del SISDE. Napoletano di nascita ma palermitano d’adozione, aveva costruito la sua carriera investigativa nel capoluogo siciliano, ricoprendo per decenni incarichi di primo piano nella lotta alla criminalità organizzata. La sua figura rimane una delle più controverse nella storia recente italiana. Arrestato il 24 dicembre 1992, l’anno delle stragi di mafia in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fu accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per presunti rapporti con Cosa Nostra. Dopo un lungo iter giudiziario, nel 2007 la Corte di Cassazione confermò la condanna a dieci anni di reclusione. Contrada scontò la pena tra carcere e domiciliari fino al 2012. Negli anni successivi avviò una lunga battaglia legale che portò all’intervento della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. I giudici di Strasburgo stabilirono che, all’epoca dei fatti contestati (1979-1988), il reato di concorso esterno non era definito con sufficiente chiarezza nell’ordinamento italiano. L’Italia fu quindi condannata e a Contrada venne riconosciuto un risarcimento per ingiusta detenzione, poi confermato definitivamente nel 2023. Fino agli ultimi anni della sua vita, l’ex funzionario ha sempre sostenuto la propria innocenza, affermando di voler “recuperare l’onore di uomo delle istituzioni”. Alla notizia della sua morte non sono mancate reazioni dure. Salvatore Borsellino ha dichiarato che Contrada “si è portato dietro i segreti dei suoi misfatti”, definendolo “un traditore dello Stato”. La vicenda giudiziaria e umana di Bruno Contrada resta così una delle più discusse e divisive nella storia della lotta alla mafia in Italia.
di Fausto Sacco

