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Non basta riempire i borghi: bisogna renderli abitabili. Irpinia terra sospesa, nell’utopia di una visione condivisa.

Non bastano eventi, turismo e finanziamenti per contrastare lo spopolamento: l’Alta Irpinia ha bisogno di servizi, lavoro, infrastrutture e di una visione condivisa capace di rendere i borghi luoghi davvero abitabili.

di Carmine Tomeo – C’è una contraddizione sempre più evidente nel modo in cui raccontiamo i piccoli paesi. Per gran parte dell’anno li descriviamo come luoghi in declino, segnati dallo spopolamento, dall’invecchiamento, dalla chiusura dei servizi e dalla partenza dei giovani. Poi, d’estate, basta una piazza piena, qualche fila davanti agli stand gastronomici e un calendario fitto di eventi perché quella stessa realtà venga improvvisamente raccontata come un territorio vivo, attrattivo, persino rinato. Ma una piazza piena per una sera non è necessariamente una comunità che rinasce. Il problema non sono le feste, le sagre, i mercatini o gli eventi. Un territorio ha bisogno anche di socialità, cultura, intrattenimento e occasioni di incontro. Il problema nasce quando questi strumenti diventano il sostituto di una politica territoriale. Quando la capacità di organizzare eventi viene scambiata per capacità di costruire futuro. Il turismo, in questo senso, rischia di diventare una delle parole più ambigue del nostro tempo. Può essere una risorsa straordinaria, ma non può essere l’unica risposta alla crisi demografica. Un turista arriva, consuma, fotografa, parte. Un abitante, invece, ha bisogno di una scuola, di un medico, di un trasporto pubblico, di una connessione veloce, di un lavoro, di un luogo dove incontrare altre persone, di servizi per i propri figli e per i propri genitori. Ha bisogno, soprattutto, di poter immaginare la propria vita non soltanto per il prossimo anno, ma per i prossimi dieci o vent’anni. Questa è probabilmente la vera misura del successo di una politica per le aree interne: non quante persone siamo riusciti a portare qui per un weekend, ma quante persone abbiamo messo nelle condizioni di scegliere di restare. Ed è proprio qui che la riflessione sull’Alta Irpinia diventa più interessante. Perché il tema non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma la qualità della visione con cui quelle risorse vengono utilizzate. Un territorio può ricevere finanziamenti, produrre progetti, convocare tavoli, organizzare incontri e accumulare documenti senza modificare davvero le condizioni di vita delle persone.  La burocrazia può essere molto efficiente nel certificare che qualcosa è stato fatto. Molto meno nel dimostrare che qualcosa è cambiato. La differenza è enorme.  Un servizio di trasporto sociale, per esempio, può essere indispensabile. Ma se serve a compensare una rete di servizi sempre più lontana, rischia di diventare una soluzione permanente a un problema che avrebbe bisogno di essere affrontato alla radice. L’assistenza è necessaria, ma non può essere l’orizzonte. Una politica realmente trasformativa dovrebbe chiedersi perché una persona anziana debba percorrere decine di chilometri per accedere a un servizio essenziale, non soltanto come accompagnarla fin lì.  Lo stesso vale per i giovani. Non basta invitarli a tornare nei borghi, offrire loro una casa a prezzo simbolico o costruire campagne comunicative sul fascino della vita lenta. La retorica del ritorno è fragile se non è accompagnata da condizioni concrete per restare. Perché un giovane dovrebbe tornare in Alta Irpinia?  Questa domanda dovrebbe essere posta prima di qualsiasi campagna promozionale.  Dove lavorerà? Dove manderà i figli a scuola? Come raggiungerà un ospedale? Quali opportunità professionali troverà? Potrà costruire un’impresa? Avrà accesso alla formazione? Potrà lavorare da remoto? Avrà una rete di relazioni? Potrà immaginare di acquistare una casa, crescere una famiglia, assistere i propri genitori senza essere costretto a scegliere tra la qualità della vita e le opportunità economiche?  Se non abbiamo risposte convincenti a queste domande, il problema non è la comunicazione del territorio. È il territorio che non abbiamo ancora costruito.Ed è qui che anche il concetto di “borgo” meriterebbe maggiore attenzione. Negli ultimi anni è diventato quasi un marchio commerciale: una parola capace di trasformare realtà molto diverse tra loro in un unico prodotto turistico. Ma un paese non è un prodotto. È un sistema complesso di relazioni, servizi, economie, memorie e conflitti. È soprattutto un luogo abitato.  Rischiamo invece di costruire paesi bellissimi per chi arriva e sempre più difficili per chi rimane.   È una prospettiva paradossale: restaurare facciate, illuminare piazze, organizzare eventi e promuovere destinazioni mentre contemporaneamente si indeboliscono le condizioni quotidiane che rendono possibile abitarle. In questo modo il territorio diventa una scenografia. Bella, magari persino attrattiva, ma progressivamente priva della funzione fondamentale di ogni luogo: essere casa per qualcuno.  Per questo il vero salto culturale richiesto alle aree interne non è soltanto amministrativo. È politico.I Comuni devono smettere di pensarsi come piccole isole in competizione per ottenere una quota di risorse e cominciare a ragionare come componenti di un unico territorio. Questo significa anche accettare decisioni difficili: concentrare alcuni servizi, specializzarne altri, renderne alcuni mobili, scegliere quali infrastrutture sono strategiche, quali attività economiche possono davvero generare occupazione stabile e quali invece producono soltanto una temporanea circolazione di denaro.  Governare un territorio significa anche scegliere ciò che non si farà.  Ed è forse proprio questa la parte più difficile. Distribuire risorse tra tutti può essere politicamente conveniente; concentrare risorse dove possono produrre una trasformazione reale è molto più complicato. La prima logica protegge gli equilibri esistenti. La seconda costruisce un futuro.Da questo punto di vista, la domanda contenuta nell’articolo è radicale: se la fragilità diventa la condizione che permette di ottenere continuamente nuove risorse, quale incentivo esiste davvero a superarla?È una domanda che dovrebbe riguardare non soltanto l’Alta Irpinia, ma l’intero sistema delle politiche territoriali. Perché esiste il rischio di costruire una sorta di economia permanente della fragilità: finanziare il disagio, amministrare lo spopolamento, compensare le carenze, organizzare interventi per attenuare gli effetti senza modificare le cause.Ma un territorio non può vivere per sempre in terapia.A un certo punto deve tornare a progettare.E progettare significa avere il coraggio di immaginare un’Alta Irpinia diversa da quella attuale, non semplicemente una versione leggermente migliore di quella che conosciamo. Significa chiedersi quali funzioni può svolgere nel futuro, quali competenze può attrarre, quali settori economici può sviluppare, quali servizi può garantire meglio proprio perché è un territorio diverso dalle grandi città.Forse la vera sfida non è competere con le aree urbane cercando di imitarle. È costruire un modello territoriale nel quale alcune caratteristiche oggi considerate svantaggi possano diventare opportunità: la dimensione umana, la prossimità, il rapporto con il paesaggio, la qualità ambientale, la possibilità di sperimentare nuovi modelli di welfare, agricoltura, produzione, formazione e lavoro.Ma per farlo serve una cosa che nessun finanziamento può garantire automaticamente: una visione condivisa.E una visione condivisa non nasce soltanto nei palazzi municipali. Deve nascere anche dal coinvolgimento di chi abita questi luoghi, di chi li ha lasciati ma potrebbe tornare, di chi vi lavora, di chi apre un’attività, di chi assiste un anziano, di chi cresce un figlio, di chi ogni giorno sperimenta sulla propria pelle ciò che funziona e ciò che non funziona.Alla fine, la questione delle aree interne è molto meno romantica di come spesso viene raccontata. Non riguarda soltanto borghi da salvare, paesaggi da valorizzare o tradizioni da conservare. Riguarda una domanda profondamente contemporanea: quali condizioni vogliamo creare perché una persona possa scegliere liberamente dove vivere?Se la risposta sarà soltanto una nuova sagra, un nuovo evento, un nuovo finanziamento o una nuova campagna sul “ritorno al borgo”, avremo semplicemente prolungato l’esistente.Se invece avremo il coraggio di costruire servizi, lavoro, relazioni, infrastrutture e prospettive, allora potremo finalmente parlare di trasformazione.Perché il futuro di un territorio non si misura dal numero di persone che riesce ad attirare per qualche giorno.Si misura dal numero di persone che riesce a convincere che vale la pena costruirci la propria vita.