
Ci sono momenti in cui una città ritrova il proprio volto. Ad Avellino è accaduto in questi giorni, quando la rimozione dei ponteggi ha svelato, quasi con un gesto teatrale, i prospetti restaurati dell’Antica Dogana di Avellino: una visione improvvisa, attesa per oltre trent’anni, capace di restituire al centro antico il suo monumento simbolo, sottraendolo definitivamente alla condizione di rudere e di ferita urbana. Costruita intorno all’anno Mille e riplasmata nel Seicento dall’ingegno di Cosimo Fanzago, la Dogana è un palinsesto materico in cui si sono depositate stratificazioni, crolli, trasformazioni, incendi, abbandoni. Un organismo attraversato dal tempo, che ha conosciuto la metamorfosi in cinema e il lungo silenzio di oltre tre decenni, fino all’avvio di un cantiere complesso, condotto come un’autentica anamnesi storica: indagini archivistiche, rilievi materici, diagnostica, confronto serrato tra documenti e fabbrica. A firmare questo intervento è lo studio Corvino + Multari, fondato nel 1995 da Vincenzo Corvino e da Giovanni Multari, con sedi a Napoli e Milano e una riconosciuta vocazione internazionale. In trent’anni di attività – celebrati nel maggio 2025 con la presentazione della monografia Corvino + Multari – L’architettura dialoga con la città a Villa Pignatelli – lo studio ha costruito una traiettoria coerente, capace di coniugare restauro, progetto contemporaneo e rigenerazione urbana. Dal Recupero del Quartiere Militare Borbonico di Casagiove, vincitore del Premio Centocittà nel 2001, alla Nuova Casa d’Italia a Zurigo; dal Complesso Parrocchiale Madonna delle Grazie a Dresano al Nuovo Polo del MEF a Cagliari, la loro ricerca ha sempre evitato tanto l’archeologia nostalgica quanto l’astrazione autoreferenziale, scegliendo piuttosto un terreno critico in cui la memoria diventa struttura e la contemporaneità si misura con la responsabilità civile del costruire. Nel caso dell’Antica Dogana, questa postura si traduce in una scelta netta: riconoscere le tracce delle diverse epoche senza ricorrere a falsi storici, distinguere con rigore ciò che andava conservato da ciò che poteva essere innestato, restituire alla città un edificio funzionale e normativamente adeguato senza ridurlo a quinta scenografica. La nuova grande aula civica, il rapporto diretto con piazza Amendola, la terrazza panoramica dedicata a Fanzago che riapre un dialogo visivo con il campanile storico: ogni gesto sembra misurato sulla doppia natura del monumento, eccezionale per valore culturale e, insieme, dispositivo urbano attivo. In un’Italia segnata da un consumo di suolo ancora patologico, l’intervento sulla Dogana si inscrive in quella che Multari definisce una “strategia rigenerativa”: non espansione, ma riattivazione; non nostalgia, ma sopravvivenza. Anche alla luce della Convenzione di Faro del 2005, ratificata dall’Italia nel 2020, il patrimonio non è più soltanto materia da conservare, bensì diritto e pratica collettiva, luogo in cui una comunità si riconosce e partecipa. È in questa prospettiva che abbiamo incontrato l’architetto Giovanni Multari: per riflettere su cosa significhi oggi intervenire su un edificio che attraversa un millennio, su come si costruisca una “terza via” nel dibattito tra filologia e innesto contemporaneo, e su quale lezione possa offrire Avellino ad altre città italiane che custodiscono patrimoni dimenticati, in attesa di una nuova stagione progettuale.
L’Antica Dogana, costruita intorno all’anno Mille e successivamente rivisitata da Cosimo Fanzago, è un palinsesto di stratificazioni storiche e linguistiche, nel vostro intervento, come avete scelto di “leggere” e rendere riconoscibili queste sovrapposizioni senza cadere né nell’archeologia nostalgica né nell’astrazione contemporanea?
Per l’antica Dogana di Avellino abbiamo ragionato a lungo circa le soluzioni da adottare confrontandoci da subito con architetti, archeologi ed esperti della Soprintendenza di Salerno ed Avellino e con gli uffici tecnici del Comune di Avellino. Un dialogo aperto, fertile ed inclusivo che ha valutato i possibili scenari da mettere in opera affidandosi alla metodologia classica del restauro architettonico, con un gruppo di lavoro coeso e multidisciplinare che ha coinvolto nella fase del cantiere anche l’impresa appaltatrice Mar.Sal Restauri con i suoi tecnici, le sue maestranze e gli specialisti. Il progetto è stato preceduto da una lunga e accurata fase istruttoria di indagine storica, attraverso il reperimento e lo studio di articoli, pubblicazioni, studi sull’edificio e tutta la documentazione di archivio disponibile. La Dogana è stata sottoposta ad un’autentica anamnesi storica che ha messo in evidenza le vicende architettoniche delle murature superstiti, soprattutto in relazione alle trasformazioni tra la fase seicentesca, fanzaghiana, e l’ultima configurazione. Documenti, dipinti, foto e notizie sono state costantemente confrontate con le evidenze materiche che abbiamo riscontrato entrando in contatto con ciò che restava dell’edificio, dopo l’incendio del cinema, ultima funzione dell’edificio e gli oltre 30 anni di abbandono. Il confronto costante tra la documentazione bibliografica e archivistica e l’osservazione diretta della fabbrica ha condotto a un reale avanzamento delle conoscenze, anche in relazione a vicende meno note. Siamo riusciti a individuare con ragionevole certezza le parti originarie della costruzione e quelle ricostruite o trasformate negli ultimi quattrocento anni. Molte intuizioni sono state poi confermate dalle indagini diagnostiche, nelle prime fasi del cantiere. Tale tipo di conoscenza ci ha guidato nelle scelte di progetto, chiarendo ciò che andava assolutamente conservato, nel rispetto della identità non solo della fabbrica, ma di tutto il contesto del centro antico di Avellino. Non parlerei dunque né di archeologia nostalgica, né di astrazione contemporanea, ma di un attento processo, fondato su basi scientifiche che con approccio critico ha chiarito il limite tra ciò che andava assolutamente conservato e ciò che poteva rendere l’antica Dogana un edificio funzionale a servizio della città moderna.
Per anni l’edificio è rimasto un rudere, una ferita aperta nel cuore di Avellino, in che modo il progetto ha trasformato questa condizione di abbandono in un’occasione di riscrittura urbana?
È apparso immediatamente chiaro come la dogana rappresenti una risorsa per la città contemporanea, il luogo di una intera comunità su cui avviare i processi di trasformazione, operando attraverso strategie e azioni capaci di produrre un nuovo impulso per la città e per il suo centro storico. Il patrimonio pubblico esistente è il principale potenziale trasformativo per il futuro delle nostre città. Una grande opportunità per costruire un futuro sostenibile ed un habitat per questi edifici, capace di adattarsi alla permanenza di queste strutture che hanno la capacità di accogliere programmi, funzioni e spazi e che offrono la possibilità di aumentare la realtà di luoghi di prossimità, dei quartieri e di intere parti di città. La questione gestionale è centrale per un progetto come quello della antica Dogana dei grani di Avellino che, nell’attuale quadro normativo, trova un ampio ventaglio di opportunità, dalla gestione diretta o di soggetti terzi, ai partenariati e alle fondazioni, fino alle imprese multi-stakeholder. Oggi che assistiamo al completamento della ricostruzione fisica è importante perseguire gli obiettivi principali di un centro destinato alle future generazioni capace di promuovere crescita economica, riduzione delle diseguaglianze sociali e il miglioramento della coesione della comunità.
La rimozione dei ponteggi ha restituito ai cittadini una visione improvvisa e quasi teatrale dell’edificio, quanto ha inciso, nel vostro processo progettuale, la dimensione percettiva e scenografica dell’affaccio sulla città, possiamo parlare di una nuova centralità simbolica per l’Antica Dogana?
La centralità dell’edificio, come detto, è stata da subito a tutti molto chiara e tale percezione non ha condotto ad azioni o trasformazioni che hanno voluto dare un accento a questo carattere, pur consapevoli della singolarità dell’antico edificio e del suo valore testimoniale e culturale per un’intera città. Il ruolo della Dogana nel contesto urbano della città è stato considerato per quello che è, senza alcuna particolare enfatizzazione, semplicemente ricollocandolo nel suo posto fisico e nella sua storia di monumento, la plastica eredità delle vicende storiche della città di Avellino e del suo territorio. La ricostruzione consolida la consistenza materica dell’edificio proponendo una grande aula civica al suo interno, direttamente collegata al sagrato di piazza Amendola. Il percorso si snoda poi all’interno e raggiunge due quote principali, quella dello spazio intermedio, aperto e a contatto con la storica facciata, dal quale si accede all’ultimo solaio, una terrazza dedicata al grande Cosimo Fanzago, vero maestro e guida del nostro progetto. La terrazza panoramica che conclude il progetto restituisce ancora più evidente centralità all’opera proponendo un affaccio inedito verso lo storico campanile.
Intervenire su un manufatto che attraversa un millennio significa confrontarsi con il tempo come materia progettuale, quali sono stati i momenti più complessi nel dialogo con le tracce lasciate dalle diverse epoche, in particolare, come detto, con l’intervento barocco di Fanzago?
Nel noto volume di Marguerite Yourcenar, il tempo viene definito “grande scultore”. Nel caso della dogana le trasformazioni non sono state apportare solo dal naturale scorrere del tempo, ma anche da precisi intenti di rinnovamento e da alcune vicende che hanno ridotto fortemente la materia originaria dell’edificio antico. Va subito premesso che le indagini storiche e i rilievi materici, diretti, hanno dato centralità alla fase fanzaghiana, fortificando la convinzione che poco o nulla fosse rimasto della vita medievale della Dogana. Anche le indagini con sistema geoelettrico fatte al di sotto della quota del piano terra dell’edificio non hanno riscontrato la presenza di resti archeologici né i successivi scavi hanno rivelato presenze di murature antiche. Tuttavia, le trasformazioni occorse alla Dogana nella fase successiva a quella seicentesca hanno modificato molto anche la configurazione barocca dell’edificio, prima con l’abbattimento della porzione di costruzione che passava sopra l’antica via beneventana e poi con la trasformazione novecentesca in Cinema. Nel primo caso la creazione di una nuova facciata a est, dopo l’eliminazione dell’arco ha determinato la riedificazione di tutto il cantonale orientale della Dogana, ricostruito interamente come provano alcune foto ottocentesche, verosimilmente scattate a pochi anni dalla trasformazione. Nel secondo caso, l’adeguamento a Cinema ha completamente trasformato in due fasi distinte la configurazione interna dell’edificio, eliminando le partizioni presenti e le coperture. Un importante crollo, infine, negli anni Venti del Novecento ha parzialmente distrutto la parte sommitale della facciata, con uno squarcio, documentato da una fotografia, che giungeva fino al primo ordine di arcate. Tutte queste trasformazioni hanno lasciato quello che noi definiamo “un palinsesto” di murature, soprattutto nella retrofacciata, che dava conto di tutte queste trasformazioni: dalla muratura in tufo presumibilmente appartenente alla fase seicentesca, fino agli innesti in cemento armato del Cinema. Nella nuova configurazione al fine di conservare la memoria si è scelto di lasciare visibili le tracce di questa storia.
Nel dibattito contemporaneo sul restauro in Italia, spesso polarizzato tra conservazione filologica e innesto dichiaratamente contemporaneo, dove si colloca il vostro intervento? Esiste, a suo avviso, una “terza via” capace di superare questa dicotomia?
Chi opera sul campo ha molto chiaro il fatto che spesso la dicotomia è solo teoretica, mentre la pratica professionale conduce quasi sempre a una “terza via”. Abbiamo lavorato su un edificio che dal primo momento abbiamo considerato come un “Monumento” nella doppia accezione del termine, quella di edificio eccezionale per carattere storico e culturale, e quella che deriva dalla sua etimologia: da latino “moneo”, ammonizione, ricordo. Non abbiamo mai dubitato dunque che la Dogana fosse un edificio identitario che andava conservato in tutte le parti che favorissero il “ricordo” dell’edificio che era stato nel passato, purchè ci fossero le condizioni e soprattutto la materia da conservare. Allo stesso modo non appartiene al nostro modo di intendere la conservazione l’idea di riprodurre, attraverso un generico “com’era e dov’era”, parti dell’edificio che non ci sono più. Non avevamo dunque intenzione di creare “falsi storici” o riproduzioni à l’identique per immaginare una ricostruzione della dogana secondo un linguaggio presunto seicentesco, di cui peraltro non avevamo nessuna traccia. Ci siamo trovati, al contrario, davanti a un rudere urbano che lasciava ampi spazi per immaginare un innesto moderno, che potesse dare ad Avellino un edificio che rispondesse alle attuali esigenze normative e prestazionali, senza danneggiare ciò che di antico era rimasto, anzi aiutandolo in termini statici e conservativi. La cultura architettonica degli ultimi anni ci ha insegnato che gli esempi migliori di restauro e adeguamento di edifici antichi alla funzione contemporanea sono stati quelli dove si è saputo meglio bilanciare le esigenze di conservazione con quelle di una nuova fruizione, creando soluzioni che hanno aggiunto una fase contemporanea all’edificio antico che lo ha arricchito, senza relegarlo a semplice quinta scenografica.
Se dovesse sintetizzare in una parola o in un’immagine il senso di questo progetto per Avellino, quale sceglierebbe? E quale lezione ritiene possa offrire ad altre città italiane che custodiscono patrimoni dimenticati in attesa di una nuova stagione progettuale?
Il restauro dell’Architettura oggi non è più inteso solo come un atto di devozione verso il patrimonio che abbiamo ereditato dal passato, ma assume sempre più i connotati di una strategia di sopravvivenza per il futuro. L’Italia soffre di un consumo di suolo patologico. Le nostre città hanno edifici che hanno smesso di funzionare ma che occupano ancora spazio prezioso. Non abbiamo bisogno di nuove espansioni urbane, ma di una “strategia rigenerativa” che possa essere finalizzata a recuperare il patrimonio dimenticato senza consumare nuovo terreno agricolo o naturale. Ciò non riguarda solo il campo degli edifici monumentali, ma di tutti quei manufatti esistenti che hanno un valore storico, non solo artistico, e che sono testimonianze vive di un’identità. La lezione più importante che abbiamo imparato negli ultimi 50 anni è che un edificio storico si salva solo se torna a vivere. Il patrimonio storico è incredibilmente resiliente, ma soprattutto svolge un ruolo sociale rilevante. In anni recenti, la Convenzione di Faro, adottata dal Consiglio d’Europa nel 2005 e ratificata dall’Italia nel 2020, ha dato corpo a un cambio di paradigma totale nel modo in cui pensiamo alla cultura. A differenza delle vecchie norme che si concentravano sulla conservazione fisica di monumenti, la Convenzione di Faro mette al centro le persone. L’idea di fondo è che il patrimonio non ha valore in sé, ma per il significato che le persone gli attribuiscono. Partecipare alla vita culturale non è più solo un “passatempo” colto, ma un diritto individuale e collettivo. Ognuno di noi ha il diritto di beneficiare del patrimonio e di contribuire ad arricchirlo, non serve essere esperti o storici dell’arte; basta il legame identitario e affettivo. E questo ad Avellino l’abbiamo visto concretamente. La comunità avellinese ha partecipato attivamente al restauro della Dogana, dettando i tempi e ponendo le questioni ed è a lei che affidiamo il futuro di questo bene ritrovato. L’insegnamento che ancora una volta si è riproposto a conferma di oltre trent’anni di esperienze e pratica, è stata l’idea che il progetto è al centro di un lavoro collettivo di cui ringrazio tutto il gruppo di progetto, la direzione Lavori ed i Responsabili del procedimento che hanno perseguito con tenacia e ostinazione gli obiettivi che stiamo raggiungendo agli inizi di questo nuovo anno.
PROGETTISTI e DIREZIONE ARTISTICA
Arch. Giovanni Multari – CORVINO+MULTARI srl
Ing. Sergio de Felice – S.P.I. srl
Arch. Italo Luigi Urciuolo
RUP
Arch. Michelangelo Sullo
DIRETTORE DEI LAVORI
Arch. Giacomo Rizzo
CSP-CSE
Arch. Giuseppe Di Giacomo
COLLAUDATORE STATICO ED AMMINISTRATIVO IN CORSO D’OPERA
Ing. Patrizio Ciasullo
IMPRESA ESECUTRICE
Mar.Sal Restauri srl
Grazie.
di Mat. Lib.





